BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Cronaca

TEMPI/ Reportage: la vita di padre Liu, l’uomo di Dio a Chinatown

milano_cinesiR375.jpg(Foto)

Don Domenico diventa amico di un missionario che lo invita ad andare a Roma, dove, sempre in seminario, inizia a imparare l’italiano. Da lì viene spostato a Macerata e studia filosofia, per tornare dopo due anni nella capitale e completare i tre anni di formazione teologica nell’Università Pontificia Urbaniana. Qui lo nota il rettore, insieme ai responsabili della Propaganda Fide, la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Dopo poco tempo don Liu viene individuato come la persona più adatta ad assumersi la delicata responsabilità di guidare la comunità milanese, nel frattempo notevolmente cresciuta. A due giorni dall’arrivo in parrocchia di padre Liu il sagrato di via Giusti si riempie di fedeli. Sono ottanta ad aspettarlo e ad aspettare quella Messa che non si celebra in lingua dal 1996.

 

Ben presto padre Liu si rende conto che, oltre alla partecipazione ai sacramenti, i bisogni della comunità sono tanti e molteplici. «Sono venuto qui per rispondere a quelli di tutti, non solo dei cattolici, ma di ogni cinese, perché le difficoltà sono tante». Quella maggiore secondo il cappellano è sicuramente l’integrazione, «ostacolata principalmente dalla lingua. Con la crisi mondiale, poi, mi sono accorto che è stato un errore non limitare l’immigrazione. Molti miei connazionali arrivati qui convinti di trovare il paradiso, oggi persuadono gli amici in patria a restare dove sono». Per rimuovere il primo ostacolo don Domenico e altri volontari hanno iniziato a tenere corsi di italiano di dieci ore la settimana, «un flusso enorme di persone a dimostrare che non è vero che tutti i cinesi non vogliono integrarsi».

 

Perché allora tanti adulti non parlano ancora l’italiano? «Perché devono prima pensare a sopravvivere. Se non passano tutto il giorno al lavoro sono in giro a cercarlo: non c’è tempo per gli studi, né tanto meno per mantenerseli. Ma quando si è sparsa la voce che qui si tenevano lezioni gratuite la sera tardi, sono arrivati a frotte e hanno iniziato a venire anche da altre zone di Milano». Questo è un primo passo perché la lingua non sembra sufficiente ad avvicinare due mondi così distanti, «uno incentrato sulla persona e l’altro solo sul gruppo». Don Domenico spiega che molti suoi connazionali tornano in parrocchia anche la domenica o per le attività ricreative «quando capiscono che qui c’è qualcuno su cui poter contare. Ci chiedono di imparare a sbrigare certe pratiche o semplicemente di passare il poco tempo libero insieme».

 

Clicca >> qui sotto per continuare la lettura dell’articolo