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CASO GOOGLE/ Youtube, facebook e quella falsa libertà che cancella ogni responsabilità

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È difficile definire la cosiddetta libertà del Web; più difficile ancora affermare che riguardi l’informazione, non essendo questa la principale né la migliore delle missioni che la Rete si propone; difficilissimo sostenere che le sue ragioni possano e debbano obliterare quelle della responsabilità - personale, ma anche civile e penale  che ognuno deve assumersi per le sue parole ed azioni, a prescindere dal veicolo scelto per diffonderle. Chi oggi abbraccia la causa (non del tutto disinteressata, dal punto di vista di Google) di YouTube coincide in larga parte con chi ieri si è opposto a qualsiasi disegno di legge o emendamento proponesse di estendere ai contenuti diffusi su Web la responsabilità (e quindi la punibilità) già vigente per quelli diffusi a mezzo stampa; ma coincide anche con chi più strenuamente difende, da tempo, la tesi della progressiva scomparsa della “vecchia” editoria in favore di quella digitale, della cannibalizzazione dei quotidiani ad opera del citizen journalism telematico, dell’inesorabile destino che attende le testate cartacee aggredite dai cosiddetti user generated content. Se è dunque vero che il Web 2.0 rappresenta in tutte le sue forme il futuro del giornalismo, perché non dovrebbe riconoscere le sue stesse regole – non solo e non tanto mediatiche, ma almeno etiche e civili? Se è vero che saranno sempre più gli utenti a produrre contenuti e notizie, perché non dovrebbero risponderne davanti alla legge? E se è vero che gli editori che spacciano informazioni false, dannose e contrarie alla legge sono perseguibili al pari dei giornalisti che ne sono autori, perché tanto non dovrebbe valere per le piattaforme che hanno lanciato la loro sfida all’editoria “tradizionale”, sottraendo ad essa la selezione, diffusione e promozione dei contenuti?