Cronaca
sabato 6 febbraio 2010
Negli ultimi anni i progressi delle conoscenze nei campi della biologia e medicina hanno portato più ampi spazi di autonomia delle persone ma anche rischi alle loro libertà fondamentali e all’intera società. Si pensi ai trattamenti medici durante la gravidanza per prevenire e curare malattie del feto e alla tecnica della fecondazione assistita.
Per rispondere a questi cambiamenti, il Codice del 1942 è stato integrato con numerose leggi speciali, come la legge n. 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita. Essa sin da subito ha creato molti contrasti nell’opinione pubblica: nel 2005 è stata sottoposta a referendum abrogativo che ha avuto esito negativo per il mancato raggiungimento del quorum dei votanti. È di questi giorni la sentenza del Tribunale di Salerno che, per la prima volta in Italia, autorizza una coppia fertile, portatrice di una grave malattia ereditaria (l’atrofia muscolare spinale), ad accedere alla fecondazione assistita e alla diagnosi preimpianto per eliminare gli embrioni ritenuti “non sani”. La sentenza fa seguito a un pronunciamento del Tribunale di Bologna che l’anno scorso aveva consentito a una coppia sterile di selezionare l’embrione sano dopo aver avuto un primo figlio colpito da distrofia di Duchenne.
Tuona contro la sentenza di Salerno il sottosegretario alla salute Eugenia Roccella: «è una sentenza motivata con il diritto alla salute ma non certo degli embrioni, che vengono sacrificati in un numero alto, anche 20. Si introduce un principio di eugenetica, e si dà un minor valore ai disabili, si proclama il non diritto di vivere per un disabile».
È giusto che una coppia, per soddisfare il legittimo desiderio di avere un figlio sano, sacrifichi un così alto numero di embrioni ritenuti portatori di malattie? La donna ha un diritto alla salute superiore a quello dell’embrione?
I principi fondamentali della legge 40 sono due: primo, confermare che gli embrioni creati hanno diritto alla vita e a una famiglia dove nascere, essere educati e amati; secondo, consentire alle coppie sterili, al pari delle coppie fertili, di avere un figlio. Viceversa, il Tribunale di Salerno dà una diversa interpretazione al concetto di infertilità, intesa non più come incapacità assoluta ma come difficoltà a procreare. Il pericolo di procreare un figlio malato, di complicazioni nella gravidanza e di aborti connessi a una patologia genetica, viene equiparato all’infertilità. In questo modo si allarga anche alle persone fertili la possibilità di accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita.
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