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LA STORIA/ Il racconto: "Travolto da una valanga, devo la vita a un miracolo"

Pubblicazione:lunedì 15 marzo 2010 - Ultimo aggiornamento:venerdì 8 febbraio 2013, 16.55

(Immagine d'archivio) (Immagine d'archivio)

Camminavamo abbastanza vicini, io ero davanti. Avevamo la piccozza e calzavamo i ramponi perché quel tratto è esposto e un po’ ripido. C’è stato un tonfo sordo, ovattato. Improvvisamente il pendio, l’intero pendio che stavamo superando si era staccato e ora ci veniva incontro! Ricordo una fortissima pressione in pieno petto. Da quel momento in poi è stato il buio. Ebbi per un attimo la percezione che eravamo finiti, perché ci trovavamo su un grande balcone spiovente coperto di neve. Sono stati secondi interminabili.

 

Cosa ricorda?

Ricordo bene molti particolari, però è come se li avessi vissuti in un sogno. Dopo un tempo che non so quantificare riaprii gli occhi. Mi ritrovai nella neve, sotto la luce accecante del sole. Poco distante da me c’era Stefano, anche lui in stato confusionale. Avevo botte dappertutto, la neve intorno a me era chiazzata di sangue. Poi ricordo bene Stefano che cercava di alzarmi in piedi. Fu in quel momento che sentii una fitta atroce, alla schiena. In uno stato dolorante e convulso cominciai a realizzare cos’era successo. La valanga ci aveva scaraventato nel vuoto, facendoci superare un salto verticale di 20-30 metri, e ci aveva poi trascinato in un canale fino alla base della parete. In tutto un volo di 350 metri, attutito in basso dal ripido pendio di neve. Una cosa era chiara: avevo sbattuto violentemente la schiena. Non sapevo con quali conseguenze, e questo mi terrorizzava. Sentii anche che il mio casco si era spaccato, aveva un buco nella parte posteriore. Stefano invece se l’era cavata ed era praticamente indenne.

 

Che cosa avete fatto?

C’era poco da fare. Io ero supino, immobile. Stefano tentò di telefonare col cellulare ma non c’era campo. A quel punto decise che l’unica possibilità era quella di scendere verso Garès. Di risalire a prendere gli sci neanche a parlarne, l’unica era di andare a piedi. Ora, solo se uno ha davanti una carta può capire cosa significa, dall’alto della Val Strut, scendere fino a Garès. È un viaggio interminabile, per di più su pendii estremamente ripidi, con un rischio altissimo di provocare valanghe finendoci sotto. Ricordo bene Stefano partire di corsa, poi più nulla. Mi risvegliai, supino. Il dolore alla schiena aumentava. Con la coda dell’occhio vidi non lontano il Bivacco Brunner, semisommerso nella neve. Cercai di farmi forza e cominciai ad arrancare verso il bivacco. Non riuscivo a stare in piedi e arrivarci trascinandomi fu un calvario. Devo averci messo delle ore e nel tragitto probabilmente sono svenuto diverse volte. Mi tolsi i ramponi e li buttai all’esterno, sul tetto, per segnalare la mia presenza. Aprii la mezza porta superiore e mi lasciai andare all’interno. Mi coprii alla meglio. Ero sfinito.

 

E il suo amico?


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COMMENTI
15/03/2010 - Travolti dai miracoli. (claudia mazzola)

Io credo nel miracolo, anche quello quotidiano di quando apro gli occhi la mattina e quando sento mio marito che con gioia dice "Oggi si lavora per mangiare". Cosa grande e meravigliosa!