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LA STORIA/ Il racconto: "Travolto da una valanga, devo la vita a un miracolo"

Pubblicazione:lunedì 15 marzo 2010 - Ultimo aggiornamento:venerdì 8 febbraio 2013, 16.55

(Immagine d'archivio) (Immagine d'archivio)

Stefano si è fatto in discesa 1300 metri di dislivello nella neve alta, sprofondando fino alla vita e correndo rischi enormi. Verso le 23, esausto, ha bussato alla prima casa di Garès gridando aiuto, ma nessuno gli ha aperto. Poi ha suonato ad un’altra casa, e la sorte ha voluto che abitasse lì un finanziere del Soccorso alpino. È stato lui a chiamare gli uomini del Soccorso di stanza al Passo Rolle, cioè dall’altra parte del gruppo. E qui mi lasci dire che quello che hanno fatto i soccorritori ha mostrato una generosità e una dedizione senza limiti.

 

Perché?

Volare con l’elicottero di notte non era possibile. Nemmeno si poteva risalire da dove era sceso Stefano, perché i rischi erano troppo grandi. L’unica soluzione per raggiungermi era quella di rifare il nostro percorso di salita! In piena notte, con un’andatura indiavolata, son partiti in due dal passo Rolle. L’unico aiuto che si sono concessi è stato quello di usare una motoslitta per raggiungere la base del Travignolo. Quello era l’accesso più difficile, ma anche quello più sicuro e più diretto. Mi ricordo che in piena notte si aprì la porta del bivacco. Erano le 4 del mattino e mi avevano trovato captando il bip dell’Arva (apparecchio ricerca valanghe, ndr) che avevo indosso. Hanno iniziato a farmi iniezioni di antidolorifici, mi hanno dato qualcosa di caldo e mi hanno fatto compagnia fino all’alba.

 

E poi come è andata a finire?

Al mattino presto è arrivato l’elicottero. I due che mi hanno trovato hanno dovuto battere una pista dal bivacco fino ad un punto più esterno per facilitare la ricezione radio, che in quella conca è quasi assente. Nemmeno recuperarmi è stato facile, perché l’elicottero non è potuto atterrare per la troppa neve ed è rimasto in hovering. Mi hanno bloccato e trasportato con una barella pneumatica, ma ricordo ugualmente delle fitte tremende. Mi hanno portato all’ospedale di Belluno. Solo allora hanno avvertito la mia famiglia che ero vivo, perché fino alla notte prima ero dato per disperso.

 

E in ospedale?

 Mi si erano rotte due vertebre, la D11 e la D12. Ho avuto la fortuna di trovare un chirurgo ortopedico straordinario. Lui disse ai miei che era pronto ad intervenire subito per operarmi e mettermi un distrattore di sua costruzione. Due barre in titanio, collegate a formare un’impalcatura, da installare intorno alle vertebre per tenerle in posizione. Mio padre firmò il consenso. L’operazione durò 5-6 ore, mi prelevarono anche parte dell’osso dello sterno per ricostruire le vertebre. Dopo di che ho fatto tre giorni di terapia intensiva. Ho tenuto il distrattore fino all’aprile dell’anno successivo.

 

Nel dicembre scorso ha fatto scalpore la tragedia della Val Lasties, nella quale hanno perso la vita due alpinisti e quattro soccorritori sono morti. Quasi ogni domenica qualcuno ci rimette la vita. Perché, anche in presenza di rischi elevati, una persona va lo stesso?


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COMMENTI
15/03/2010 - Travolti dai miracoli. (claudia mazzola)

Io credo nel miracolo, anche quello quotidiano di quando apro gli occhi la mattina e quando sento mio marito che con gioia dice "Oggi si lavora per mangiare". Cosa grande e meravigliosa!