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PAPA/ De Bortoli: grazie Benedetto, vero difensore della ragione laica

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È visto come un conservatore, ma in realtà ha avviato un confronto a tutto campo molto forte. Non chiude il dialogo, lo apre in forme diverse: con la scienza, con gli stati, con il mondo laico. La Chiesa di papa Ratzinger, forte della propria identità, dialoga senza alcun complesso di inferiorità e senza rinunciare a nessuna parte di se stessa. C’è che Benedetto XVI soffre l’handicap della percezione di un papa tedesco nelle opinioni pubbliche occidentali, soprattutto nel mondo anglosassone. Proprio per questo sarà interessante il viaggio in Inghilterra, per il rapporto con la chiesa anglicana e dopo la sua Lettera all’episcopato irlandese.

 

Joseph Ratzinger, il 19 aprile di cinque anni fa, stupì tutti quando scelse il nome di Benedetto. Cosa le suggerì questo fatto?

 

Innanzitutto rimasi molto colpito dalle sue prime parole, quando disse di essere «un umile servitore nella vigna del Signore». C’è lì dentro tutta l’umiltà di un papa teologo, di grandissima cultura, che scegliendo il nome di Benedetto, uno dei padri dell’Europa cristiana, dava un senso ancor più universale al proprio pontificato. Ovviamente la scelta del nome Benedetto comportava e comporta una continuità teologica e filosofica.

 

Dove stanno a suo modo di vedere le sfide che la Chiesa di papa Benedetto oggi si pone? Sul terreno della morale, della cultura, o della politica?

 

Certamente a papa Ratzinger interessa un dialogo costruttivo sul versante della morale, dei valori etici non negoziabili. Ma anche sul terreno della presenza sociale della Chiesa. E questo aspetto, a differenza del primo, è rimasto secondo me a torto un po’ in subordine. È un difetto che ho riscontrato nel dibattito sulla presenza cattolica nella nostra società.

 

Forse perché i temi etici sono quelli che riguardano immediatamente le libertà personali.

 

Senz’altro. Infatti siamo noi ad esserci soffermati sui temi legati alla bioetica, mentre nel magistero i temi sociali sono ugualmente centrali perché questa è una società molto individualista e l’individualismo tende a schiacciare la persona, a umiliarla, trasformandola in un oggetto o una merce. Ma in questi cinque anni Benedetto XVI ha sempre riaffermato il valore della persona non al di fuori, ma all’interno di un’istituzione: la famiglia, la società, la comunità più ampia.

 

Come si sta sviluppando secondo lei il rapporto della Chiesa con la società italiana? Un recente editoriale del Corriere parlava di «Italia anticristiana».

 

Clicca >> qui sotto per continuare l’intervista a Ferruccio De Bortoli

 

 

 


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COMMENTI
20/04/2010 - devoti atei, crociati e pastori (Antonio Servadio)

Intervista davvero molto limpida. Tuttavia non vedo in circolazione parecchi esemplari della specie "crociato". Anzi, serpeggia ancora un anacronistico senso di colpa (di matrice new age ?) per le crociate - intendo quelle medioevali. A me pare che il cattolico medio oggi "incassa" molto, pazienta ed è più aperto all'ascolto che in passato. Porge l'altra guancia. Non alza la voce, non agita campanacci, insomma non si mette in mostra a tutti i costi. La sua delicata presenza sfuma agli occhi di un'opinione pubblica assuefatta ai decibel, a sgarbi quotidiani, risse televisive e sguaiate piazzate. Avere cattolici più aperti non significa desiderarli ancora più soffici e silenti, o così aperti da dover essere vuoti. Gesù era tollerante, non-violento. Ha fermato chi voleva difenderlo con la spada. Ma non taceva, parlava molto francamente di fronte a tutti. Certamente dava scandalo. Per formare "Un cattolico (...) più pastore" non incentiviamo quel genere di "devozioni" dentro le quali c'è un cristianesimo frainteso (egocentrico, quasi pagano) o annacquato (svuotato) o addirittura di facciata. Ecco perchè le sedie rimaste vuote nelle chiese rappresentano anche una maggiore autenticità di quei fedeli che frequentano e testimoniano. Chi ieri "timbrava il cartellino" oggi si dilegua rapidamente.