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Cronaca

SOCIETA'/ La sentenza della Corte che ha difeso la parola "matrimonio"

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Si tratta, come è evidente, di differenze insormontabili, che rifuggono da ogni tentativo di manipolazione semantica. Pur affermando che «l’evoluzione della società e dei costumi» imponga non già una «cristallizzazione», bensì una «duttilità» dei termini e dei principi costituzionali coinvolti, la Corte ha precisato che tale operazione ermeneutica non può essere indiscriminata: «non può spingersi fino al punto d’incidere sul nucleo della norma, modificandola in modo tale da includere in essa fenomeni e problematiche non considerati in alcun modo quando fu emanata». In tal caso, infatti, «non si tratterebbe di una semplice rilettura del sistema», bensì di una vera e propria «interpretazione creativa».


Per tale via, (almeno questa volta) resta inesorabilmente frustrata la più generale superbia interpretativa di quella prassi che, sulla scorta dei nuovi bisogni sociali provenienti dalla realtà globalizzata, rinviene in ogni dove lacune normative da colmare in via creativa, sino ad aggirare la volontà parlamentare manifestata al riguardo (si pensi alla nota sentenza sul "caso Englaro").


Il tutto, anche se a discapito della chiarezza del testo normativo interessato ed a detrimento della pari determinazione del legislatore sul punto. Del resto, come può essere altrimenti considerato il trarre spunto dalla mancata previsione legislativa delle unioni omosessuali, per valutare detto silenzio normativo quale “vuoto” da integrare in senso conforme alla disciplina della famiglia legittima, anziché quale impedimento a tale (indebita) equiparazione?


Più complessa ed articolata, invece, è la questione dell’ammissibilità di una disciplina legislativa diversa da quella del matrimonio, da riconoscere alle coppie dello stesso sesso ai sensi della più generale tutela costituzionale garantita dall’art. 2. In tal caso la Corte, per un verso, ha evitato ogni giudizio al riguardo, dichiarando la competenza del Parlamento «ad individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette»; per altro verso, tuttavia, ha riconosciuto che l’«aspirazione» a tale riconoscimento sottende nelle persone omosessuali il «diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia», sia pur «nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge».


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