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SOCIETA'/ La sentenza della Corte che ha difeso la parola "matrimonio"

La sentenza con la quale la Corte costituzionale ha sancito l'inequiparabilità del matrimonio gay a quello eterosessuale suggerisce più interrogativi di quelli ai quali risponde. VINCENZO TONDI DELLA MURA ci spiega perché

matrimonio_fediR375_12gen09.jpg (Foto)

Scriveva Giovanni Testori che le parole hanno una loro forza, proveniente dal significato cui rinviano e dall’esperienza che inverano, che non può essere ignorata («Ciò che importa è dirle, certe parole. / Una volta dette / non lasciano più pace…», in Conversazione con la morte, Rizzoli, 1978). Ciò a meno di non stravolgere la realtà sottesa alle medesime parole e di misconoscerne la storia di provenienza, sino ad esporsi al peso delle relative conseguenze (in tal caso «anche le parole, sì, anche loro / ci punteranno contro il dito!»).


Come per le parole è anche per gli istituti giuridici, posto che, riprendendo la lezione di Costantino Mortati, il fenomeno giuridico rappresenta la proiezione su scala sociale del fenomeno individuale. Anche gli istituti giuridici restano vincolati alla storia che li ha generati ed alle necessità sociali interessate: non può esserne ignorata la realtà di riferimento, né è possibile estenderne indiscriminatamente i confini semantici, quasi a poterli trasformare in contenitori senza vincoli di forma e di capienza.


Orbene, questo caposaldo del vivere umano emerge anche dalla lettura della pronuncia della Corte costituzionale in tema di unioni omosessuali (sent. n. 138/2010). La Corte ha sventato l’attacco della indiscriminatezza senza limiti, della parificazione egualitaria, della equiparabilità a tutti i costi delle parole, dei significati, degli istituti e delle realtà sociali, che restano invece differenti per storia e presupposti naturali.


Ha dichiarato infondata la pretesa equiparabilità fra unioni omosessuali e famiglia legittima, posto che l’istituto del matrimonio rimane vincolato al «significato tradizionale» accolto in Costituzione ed al «carattere eterosessuale» dei coniugi. Le due figure «non possono essere ritenute omogenee» e restano «differenziabili», in ragione dello specifico «rilievo costituzionale attribuito alla famiglia legittima ed alla (potenziale) finalità procreativa del matrimonio».


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