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Cronaca

LETTERA/ "Ho 4 figli in affido ma sono un vero padre. Non un parcheggiatore"

Il Corriere della Sera ha aperto un dibattito sui figli in affido in Italia. CRISTIANO GUARNERI, che vive questa esperienza, ci spiega cosa vuol dire essere padri dei figli di un altro

Padre_FiglioR375_21set08.jpg(Foto)

Caro direttore,

Aleggia un pesante, doppio equivoco nelle storie raccontate dal Corriere della Sera in un articolo intitolato “Bambini prima affidati e poi tolti, l'Italia dei genitori ‘usa e getta’”. La tesi di fondo, suffragata da episodi di mala-giustizia minorile, è la riduzione dei genitori affidatari a luogo di “parcheggio” temporaneo, scartati con cinica brutalità una volta rientrata l’emergenza e profilatasi all’orizzonte una coppia adottiva con requisiti apparentemente più idonei dei loro.

È pur vero che è lo stesso istituto dell’affidamento a prevedere, presto o tardi, il distacco del minore dal nucleo che fin lì ha fatto le veci di mamma e papà naturali. Ma qualora si presentasse la possibilità di adottare il minore, troppo spesso - denuncia il quotidiano di via Solferino - la scelta dei Tribunali tende a escludere la coppia affidataria, nonostante la disponibilità di questa all’adozione. Il tutto a grave danno del minore, cui si chiede un secondo distacco dopo aver subìto un primo abbandono, e di mamma e papà affidatari, che vedono reciso un rapporto costruito a prezzo di sacrificio.

Scelte ingiuste e di poco buon senso, osserva il Corsera. La soluzione proposta è tutta, ancora una volta, nelle mani del legislatore: modifica della normativa a favore dei genitori affidatari cui si concede una via preferenziale “qualora l’affidamento del minore si risolva in adozione”.

E l’equivoco dove sta? Non mi soffermo sull’ipotesi di un cambiamento legislativo, probabilmente sensato. Tantomeno nego che, in alcuni casi, le scelte dei Tribunali producano più danni che benefici. C’e una svista, però, che pesa tutta sulla natura stessa dell’affido, sulla sua “vocazione”. L’accoglienza temporanea di minori non è e non può diventare una scorciatoia per arrivare ad adottarli (equivoco di natura giuridica). Né, di conseguenza, si può pretendere che i sacrifici patiti per tirar grande il frugoletto accolto siano in qualche modo da “ripagare” per forza: gli ho voluto bene fin qua, lasciatemelo (equivoco di natura educativa e culturale). Il punto è la ragione dell’accoglienza.

In casa mia girano da sei-sette anni i miei quattro figli. Tutti accolti e tutti e quattro in affido. Con storie e famiglie di origine differenti. Con temperamento, indole, livello di attaccamento talvolta opposti. Persino nello stato di salute c’è un abisso (il più piccolo è cerebroleso grave). Non mi è ancora toccato assistere al loro rientro nel nucleo naturale; né mi è capitato di vederne adottato qualcuno.

Eppure non passa giorno in cui non tocchi con mano ciò a cui appartengono. La loro profondissima e inestirpabile origine: un altro padre, un’altra madre. Da cui hanno ricevuto quel particolare viso, quel timbro di voce, quella timidezza o quella sfrontatezza insopportabile che non hanno niente di mio. Portarseli in casa ha voluto dire accogliere tutto di loro, anche quelli a cui sono stati tolti: mamma-papà-nonni-zii-zie, che talvolta ci ritroviamo ospiti il sabato a pranzo o la domenica per una giornata intera.

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COMMENTI
20/04/2010 - Grazie a Dio ci sono genitori così. (claudia mazzola)

Conosco famiglie con bimbi in affido. Provo per loro un enorme rispetto e mi danno un esempio d'amore fuori dal limite. Sono eccezionali, i miei occhi vedono rinascere quei figli, penso sia la carità più grande e vicendevole.