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PAPA/ Barcellona: da laico, la mia difesa della Chiesa più forte di qualsiasi tradimento

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Guardi, a me Aldo Schiavone fa un po’ sorridere, perché io e lui eravamo amici negli anni in cui il comunismo ci appariva come una grande liberazione. Considero il progressismo e la modernità, come sono rappresentati adesso da Aldo Schiavone, un’illusione peggiore di quella che abbiamo vissuto quando eravamo giovani comunisti convinti che lo stato avrebbe risolto tutti i problemi dell’uomo. Il progressismo è un’altra delle mitologie con cui gli uomini hanno cercato di sfuggire alla vera domanda: chi sono io? Questa domanda non è né progressista né reazionaria, ma esistenziale, e non può essere catalogata con le categorie della modernità come se questa ci avesse portato più avanti o più indietro rispetto a quello che Socrate ci aveva chiesto.

 

Schiavone dice ancora che la Chiesa ha commesso un peccato di speranza: ha intravisto la novità che si palesava all’orizzonte, ma «anziché elaborare le regole di un nuovo patto tra l’umano e il divino», riconciliarsi con la modernità e con la scienza, si è fermata sulla soglia, mancando l’appuntamento con la grande riforma.

 

Questo linguaggio non mi affascina, è scontato. La Chiesa fa il suo mestiere, come istituzione e come popolo. È un popolo di persone che vanno interpellate personalmente. Perché sono io a voler realizzare me stesso, a voler capire quello che mi sta dentro le viscere. Non si può accusare la Chiesa di non darci una speranza concepita secondo le nostre misure. Se uno crede in Cristo, la speranza la trova in Lui: nella sua mediazione vivente, non nelle idee astratte o nei libri.

 

(Federico Ferraù)

 

 

 



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COMMENTI
20/04/2010 - vittime & carnefici (Antonio Servadio)

"Non mi piace che si tenti di dipingere la Chiesa come un’istituzione perfetta. Non lo è" e non può esserlo che nella Gerusalemme celeste, certamente non qua, sulla Terra. Dunque stigmatizziamo i peccati mortali, chiamiamo i crimini col proprio nome, biasimiamo i colpevoli. Non celiamoli neppure alla giustizia terrena. Mossi da quello stesso amore di verità e giustizia dobbiamo ricordare che "chi abusa dei bambini lo fa in nome di un odio che viene da un odio verso se stessi, da un rancore derivante da una ferita subìta e ancora sanguinante. Si abusa solo, o in gran parte, se si è stati abusati." Per questo motivo il pedofilo è innanzitutto un malato. Un malato assai grave e abbandonato, in cui la ferita del corpo ha lacerato profondamente anche l'anima. Chiamiamoli dunque malati, perché lo sono in sommo grado. Proviamo nei loro confronti, oltre allo sbigottimento, anche una doverosa pietà umana, preghiamo cristianamente per loro e adoperiamoci per guarigioni e recuperi. La sola ira giustizialista non è sufficientemente equa e tantomeno è cristiana. E poi, non violentiamo le parole perché facendolo penalizziamo qualcosa, o qualcuno. Distinguiamo bene la pedofilia dalla efebofilia e dintorni.