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Cronaca

ANGELO SCOLA/ Il testo dell’Omelia agli esercizi spirituali di Comunione e Liberazione

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Tutti noi sappiamo che ogni grazia - ciò vale per il sacramento e vale per il carisma - non può essere posseduta come si possiede un oggetto. Perciò ognuno di noi, se appena è autentico, può riconoscersi in Nicodemo, combattuto tra lealtà e scetticismo. Pensiamo a quando si riaffaccia maligna la nostra misura nell’uso della ragione - «Come può nascere un uomo quando è vecchio?» (Gv 3,4); o quando la libertà si impunta - ottusa, o addirittura capricciosa - «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?» (Vangelo, Gv 6,60) -. Allora la realtà ci sfugge come la luce se volessimo trattenerla nelle nostre mani impotenti.

 

Chi ci libererà da questa ultima tristezza di vita? Solo il “testimone fedele” (Ap 3, 14). Così l’Apocalisse definisce Gesù. Lui e quanti Lo seguono, come si segue una presenza che diventa il centro affettivo di tutta l’esistenza. Il carisma vive nell’incontro storico con il testimone in cui splende la novità del Risorto. È data così all’uomo la possibilità di ri-nascere come avvenne fisicamente, in forza del testimone Pietro, per Tabità (Gazzella) risuscitata (Prima Lettura).

 

La testimonianza è il metodo di conoscenza più adeguato della verità perché è il modo con cui essa si comunica. E una verità è veramente conosciuta solo quando è comunicata. La ri-nascita battesimale consente l’incontro di tutto l’io con tutta la realtà perché apre ed accompagna la libertà a quella relazione buona per eccellenza che è la comunione con Cristo e, in Lui, con i fratelli. Il cristianesimo è realmente la nuova parentela, più forte di quella della carne e del sangue.

 

Ma la comunione è a tal punto “dall’alto” che in mille modi noi le opponiamo resistenza. Pertanto la provocatoria domanda di Gesù nel Vangelo di oggi: «Volete andarvene anche voi?» poco o tanto è rivolta a tutti noi qui riuniti. La vitalità del carisma, a cinque anni dalla morte di Don Giussani, domanda testimoni tesi ad una umanità riuscita. Il carisma incalza la libertà di ciascuno dei membri di Comunione e Liberazione perché giunga, come quella di Simon Pietro, fino alla verifica della convenienza della sequela: «“Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”» (Gv 6,69).

 

Come può credere e riconoscere Cristo come il Salvatore, cioè rinascere dall’alto, dall’Altro, l’uomo di oggi, l’uomo post-moderno, tentato di cercare la salvezza nelle strabilianti scoperte delle tecnoscienze in campo evolutivo, biologico, neuroscientifico, considerando, non di rado, la fede religiosa al massimo come una soggettiva opportunità consolatoria?

 

L’unica condizione, anche nell’attuale frangente storico resta l’incontro con testimoni di una umanità redenta, perciò piena e conveniente, quindi ben radicata nella post-modernità. Vivere da uomini redenti non significa essere impeccabili, ma “amare la vita nuova” perché siamo amati da Colui che ci ama per primo. «Deus prior dilexit nos». Afferma Agostino: «Non amiamo se prima non siamo amati… Cerca per l’uomo il motivo per cui ama Dio e non troverai che questo: perché Dio per primo lo ha amato» (Disc. 34, 1-3; 5-6).

 

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