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LETTERA/ Non è un momento felice per dirsi cattolico

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Benedetto XVI  Benedetto XVI

Caro direttore,

 

quanto meno, questo non è un periodo particolarmente felice per dichiararsi cattolico, comunque non nel mio ambiente. Sono professore e preside di facoltà alla McGill University di Montreal, Canada, e talvolta attorno a me si chiedono come una persona ragionevole quale io sono possa ancora credere oggi. È ancora più sorprendente che io possa essere cattolico: non è forse questa la religione retrograda e autoritaria dei trucchi, della venerazione della Vergine Maria e via dicendo? Come può uno seguire la Chiesa cattolica dopo tutti gli scandali e tutte le omissioni, vere o presunte, nel vigilare su questi abusi? Qualche anno fa, il mio stimato collega e amico, Gil Troy, scrisse un articolo dall’espressivo titolo “Perché sono un sionista”. Io vorrei spiegare perché sono un cattolico.

 

Nella nostra società multiculturale siamo spesso inclini a guardare alla religione come a qualcosa di semplicemente culturale, un’appendice all’identità etnica. Se uno va in chiesa è perché è stato educato così, è parte del suo bagaglio culturale. Ho scoperto che alcuni miei conoscenti sono rimasti sorpresi dal fatto che io credessi davvero, che avessi certezza della mia fede. Quindi, perché sono cattolico? Perché credo in una Presenza reale, affermo la primazia della Sede di San Pietro, guardo alla Chiesa per la salvezza (che non è vivere felicemente d’ora in poi, ma vedere il significato ultimo delle cose), soprattutto ora che il successore di Pietro, Benedetto XVI, è sotto attacco, o, meglio, lo è l’intera Chiesa?

 

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COMMENTI
28/04/2010 - Ma non lo è mai stato. (Euplio Lo Russo)

Dirsi Cristiano-Cattolico non è mai stato "comodo". Come non è comodo difendere un debole, quale può essere il proprio "Io", un malato, un povero, uno non alla moda e così via dicendo.