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PAPA/ Il criminologo: non confondiamo i casi di pedofilia italiani con quelli Usa

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Cerchiamo di mettere qualche punto fermo al dibattito. Sullo sfondo si nota un’enorme differenza nella qualità degli indagati e dei condannati negli altri Paesi rispetto al nostro, se non altro perchè all’estero abbiamo avuto vere inchieste, attribuzioni di responsabilità ben definite, prove e confessioni. Fermandoci oltre confine possiamo dire che gli abusi sono quasi sempre stati compiuti all’interno di istituti religiosi, del sistema di assistenza sociale gestito da religiosi, degli orfanotrofi. Nel mondo anglosassone, ancor più che da noi, i preti svolgono un’azione surrogatoria dello Stato attraverso le tutele minorili e occupandosi direttamente dei carceri minorili. Ambienti chiusi, dunque, spesso asfittici, con regole interne talvolta arcaiche. I colpevoli, in queste strutture, hanno di solito un ruolo di potere, molto rari i casi da parrocchia e oratorio, ambienti ben più aperti e quasi nulli quelli addebitabili ai soldatini semplici nell’esercito talare.

 

Sempre restando sul terreno dei fatti e non dei teoremi, dunque occupandoci esclusivamente di ciò che è emerso all’estero, si può dare un senso alla vexata quaestio del rapporto tra pedofilia e omosessualità (sia maschile che femminile). Si può osservare una relazione non tanto con l’omosessualità in sé stessa, ma con la repressione forzata di tendenze omosessuali. La statistica dice che la stragrande maggioranza di abusi in seno alla Chiesa avviene su persone dello stesso sesso. Il colpevole vive la propria condizione sessuale come fonte d’angoscia, incompatibile con il ruolo assunto, una sessualità dolente condizionata dal senso del peccato e dalla contraddizione a tratti schizofrenica con i dettami della Chiesa cattolica. Per paradosso, non volendo infrangere un tabù che comporta l’esclusione dal gruppo di riferimento, il prete si ritrova ad infrangerne uno ben più grave. Dagli interrogatori emerge sempre una visione dell’infanzia come area “angelicata”, un porto franco nel quale l’affettività “purifica” l’atto dalla sua componente omosessuale, spesso vissuta in maniera più contorta della pedofilia stessa. L’abuso sul minore sembra arrivare solo alla fine di un processo disgregativo della personalità.

 

Ritengo che ci siano ampi margini di intervento concreto in senso preventivo. I colpevoli lamentano spesso un senso d’abbandono nell’affrontare queste problematiche dal punto di vista psicologico e la mancanza di un supporto nell’uscita dall’alveo ecclesiastico. Anche questo è uno stimolo di riflessione per le autorità preposte.

 

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