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Cronaca

PAPA/ Il criminologo: non confondiamo i casi di pedofilia italiani con quelli Usa

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Veniamo ai nostri asfittici confini. Chi ha letto il mio ultimo libro Presunto Colpevole. La fobia del sesso e i troppi casi di malagiustizia (ed. Chiarelettere) sa quanta poca fiducia ripongo nel sistema giudiziario italiano. Un ampia casistica, purtroppo, mi dà ragione. Se guardassimo ai numeri espressi dalle nostre indagini potremmo dire che con pochissimi casi, spesso assai dubbi, il problema pedofilia ecclesiastica quasi non esista. Ovviamente non è così.

 

La realtà giudiziaria italiana è fatta da situazioni molto diverse da quelle emerse all’estero. È fatta di preti di parrocchia accusati in maniera ambigua e abbandonati dalla Chiesa. Triturati nei loro diritti ad un giusto processo dalle colpe altrui e difesi nel silenzio generale solo dai parrocchiani e spesso da tutti gli altri minori, peraltro ignorati dai magistrati, che hanno frequentato senza danno le sacrestie e gli oratori. Pochissimi i rei confessi, assenti le alte gerarchie.

 

Se siamo arrivati al punto di dover mandare gli ispettori ministeriali a Milano per valutare le gravi affermazioni del Procuratore Forno (e personalmente suggerirei un controllo anche alla regolarità dei tanti processi nei confronti di padri separati denunciati dalle ex mogli in presenza di fortissima conflittualità pregressa) un motivo ci sarà. Il motivo si chiama presunzione di colpevolezza, che azzera completamente i diritti della difesa con modalità che se fossero attuate per altri reati farebbero gridare allo scandalo.

 

In Italia le inchieste le fanno le televisioni. Per uscire dall’aleatorietà, ottenere una prova, posizionare una telecamera, tessere una trappola informatica, dobbiamo aspettare programmi come Le iene. La magistratura non le fa e non le vuole fare, pena la messa in discussione di un meccanismo inquisitorio basato solo sulla denuncia del singolo e sull’adesione alle teorie psicologiche dell’accusa. Nei tribunali italiani non si parla di fatti, ma di teoremi. Si fa populismo processuale condannando in assenza di prove o con forzature al limite della falsificazione avvelenando il pozzo del diritto e della lotta alla pedofilia, che mai come in questo momento ha bisogno di certezze. Le patologie del sistema giudiziario in questo settore sono tali che si è creato un corto circuito per il quale è tanto probabile che un innocente finisca in galera quanto che un colpevole resti in libertà. Si è generato un enorme circolo vizioso per il quale i giudici rinviano a giudizio e sempre più spesso condannano i pochi soggetti denunciati. Nello stesso tempo, questi sono così scarsi proprio a causa della mancanza di credibilità del sistema giudiziario, che occupandosi sempre più di psicologia, anziché di riscontri oggettivi, scoraggia le denunce stesse.

 

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