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Cronaca

IL CASO/ Brutta e trascurata ma piena di energia. A Milano non basta un manifesto...

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Io ho un debole per questa Milano che corre, per la sua capacità di iniziativa, di inventare cose, imprese, idee. Ho un debole per questa città arcipelago, che certamente soffre di una mancanza di regia e di zone di opacità, ma che non ne fa un alibi per stare ad aspettare. Penso alla Milano che, dal punto di vista del mondo che conosco meglio, quello del non profit, ha delle esperienze di eccellenza straordinaria, nate per lo più dalla genialità umana di singoli a cui il contesto non ha fatto problema: penso alla Don Gnocchi, a Vidas, al Banco Alimentare, a Emergency, all’Opera San Francesco.

 

Penso alla Milano con gli ospedali che funzionano come in nessuna altra città italiana; ai centri di ricerca, spesso finanziati dall’iniziativa dei privati. Ma penso anche alla Milano creativa che, ad esempio, ogni anno genera un evento diffuso di cui non mi pare che ci sia un uguale al mondo: il fuori Salone (del Mobile). O che proprio oggi festeggia l’apertura in semiperiferia di una delle più belle e grandi gallerie d’arte italiane (quella di Lia Rumma, napoletana… ). Penso alla Milano che in pochi anni ha visto crescere al 20 per cento la popolazione straniera, che per quanto dica la Moratti, è integrata e in gran parte è contenta di potersi “milanesizzare”. Vi assicuro che potrei andare avanti per un bel po’ di pagine a elencare queste cose della Milano che corre. Potrei parlare anche del calcio: saper vincere con due squadre è una pur una bella cosa…

 

Ma mi fermo. Perché la ragione di queste righe è una sola: penso che Milano debba essere raccontata ed esplorata nelle sue infinite dinamiche positive. Perché così la si rafforza. La coscienza diffusa e positiva di chi si è e di cosa si fa, è la miglior arma per vincere i mali che certamente ci attanagliano.

 

 

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COMMENTI
15/05/2010 - Grazie! (Anna Di Gennaro)

Condivido l'Autore di questo stimolante articolo. Ricordo un bel libro del giornalista amalfitano Gaetano Afeltra intitolato "Milano amore mio". Prima di sposarmi ho vissuto in centro, ma anche ora quando mi sposto in bici o con i mezzi dalla mia zona Sud, noto una maggior cura delle piazze e dei luoghi storici della mia memoria. Evidentemente ciascuno di noi indossa "occhiali" che corrispondono a vissuti diversi e tende a cogliere all'esterno ciò che sente nel proprio cuore. Quanto ai rapporti tra persone, ognuno li coltiva come riesce e molto dipende dall'educazione ricevuta. Il nostro vescovo Ambrogio, del resto, l'aveva già capito!

 
14/05/2010 - un'altra città (Merisio Colleoni)

Forse abitiamo in due città diverse, eppure io abito a Milano. La città che conosco io è difficile da vivere, arretrata, triste, nemica dei bambini, con una qualità della vita molto bassa. Una città nella quale spostarsi è un'impresa, dove le relazioni umane sono per lo più false e interessate. Una città che accoglie tutti perché in realtà non accoglie veramente nessuno. E' una città, caro Frangi, pensata da e per chi vive nel quadrilatero d'oro o nella cerchia dei Navigli, incapace di pensare in termini di area metropolitana. E' una città divorata e cannibalizzata dai suoi protagonisti, sulla quale non ricadono i benefici della ricchezza prodotta. Quanto alle idee, forse circoleranno in qualche salotto, ma a che servono se non si traducono in cultura diffusa e qualità del vivere? Io vedo una città da "casi umani", e forse è proprio per questo che l'attività più creativa sia quella del non profit, dell'assistenza al bisogno. Quanto agli ospedali, è vero, funzionano. Ma perché, forse in Francia, Germania, Spagna, Olanda, Belgio, Danimarca etc funzionano peggio?