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IL CASO/ Brutta e trascurata ma piena di energia. A Milano non basta un manifesto...

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Ha toni davvero appassionati il Manifesto per Milano pubblicato ieri dal Corriere della Sera e firmato da Giangiacomo Schiavi, Fulvio Scaparro e Marco Vitale. I contenuti sono del tutto condivisibili. Ed è condivisibile quell’invito ad agire che fa leva su quella meravigliosa e milanesissima frase di Ambrogio: «Voi pensate: i tempi sono cattivi, i tempi sono pesanti, i tempi sono difficili. Vivete bene e muterete i tempi».  

 

Questo Manifesto a suo modo è un altro sintomo di quanto sia vitale questa città, capace di suscitare dibattiti a non finire, di coinvolgere tutti nelle discussioni sul suo futuro e sul suo destino. Credo che su nessuna città italiana (ma non solo…) siano usciti tanti libri in questi ultimi anni come su Milano: evidentemente è una città su cui c’è tanto da dire, che offre spunti a ripetizione per giornalisti, scrittori, sociologi, filosofi, poeti… Mi verrebbe quasi da dire che c’è una grande fame di Milano. Ed è un fenomeno inatteso, visto che non si tratta di una città dal grande appeal. Non è Roma, non è Napoli. Non ha lo smalto di Barcellona, né tanto meno la grandeur di Parigi o Londra. È una città che per natura non spicca, sotto la coltre di quel cielo tendenzialmente grigio e tendenzialmente immobile.

 

E allora perché Milano desta tanto interesse? Giustamente nel Manifesto si risponde dicendo che Milano è nodo delicato, perché da lei dipende il destino dell’Italia, e se non ce la fa Milano non ce la fa l’Italia. Mi permetto di aggiungere un’altra spiegazione: Milano desta interesse perché è una città piena di energia. Una città magari disordinata, magari poco inquadrabile, magari a tratti insopportabilmente trascurata (il caso della Darsena parla da solo), ma è una città che ogni mattina si scuote di dosso questa zavorra e si mette a correre. 

 

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COMMENTI
15/05/2010 - Grazie! (Anna Di Gennaro)

Condivido l'Autore di questo stimolante articolo. Ricordo un bel libro del giornalista amalfitano Gaetano Afeltra intitolato "Milano amore mio". Prima di sposarmi ho vissuto in centro, ma anche ora quando mi sposto in bici o con i mezzi dalla mia zona Sud, noto una maggior cura delle piazze e dei luoghi storici della mia memoria. Evidentemente ciascuno di noi indossa "occhiali" che corrispondono a vissuti diversi e tende a cogliere all'esterno ciò che sente nel proprio cuore. Quanto ai rapporti tra persone, ognuno li coltiva come riesce e molto dipende dall'educazione ricevuta. Il nostro vescovo Ambrogio, del resto, l'aveva già capito!

 
14/05/2010 - un'altra città (Merisio Colleoni)

Forse abitiamo in due città diverse, eppure io abito a Milano. La città che conosco io è difficile da vivere, arretrata, triste, nemica dei bambini, con una qualità della vita molto bassa. Una città nella quale spostarsi è un'impresa, dove le relazioni umane sono per lo più false e interessate. Una città che accoglie tutti perché in realtà non accoglie veramente nessuno. E' una città, caro Frangi, pensata da e per chi vive nel quadrilatero d'oro o nella cerchia dei Navigli, incapace di pensare in termini di area metropolitana. E' una città divorata e cannibalizzata dai suoi protagonisti, sulla quale non ricadono i benefici della ricchezza prodotta. Quanto alle idee, forse circoleranno in qualche salotto, ma a che servono se non si traducono in cultura diffusa e qualità del vivere? Io vedo una città da "casi umani", e forse è proprio per questo che l'attività più creativa sia quella del non profit, dell'assistenza al bisogno. Quanto agli ospedali, è vero, funzionano. Ma perché, forse in Francia, Germania, Spagna, Olanda, Belgio, Danimarca etc funzionano peggio?