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L'AQUILA/ Oltre i film ideologizzati, in fermoimmagine la realtà del terremoto

madonna_crollata_R375.jpg (Foto)

 

“Sì. Insieme a mia moglie sono stato in Irpinia come volontario. All’epoca avevo acquistato la mia prima macchina fotografica da solo un mese e, per questo, non la portai con me perché non la sapevo utilizzare bene. Negli anni successivi, ho ripensato a lungo a che cosa avrei fotografato lì in Irpinia. È come se avessi fotografato “con la mente” quegli avvenimenti che, poi, ho scoperto essere molto uguali a quelli di oggi: cambiano le targhe delle macchine, i vestiti delle persone nemmeno più di tanto, ma la distruzione, lo sgomento, il dolore, sono identici. Identici. Così, nel tempo ho maturato come un sesto senso: prima o poi mi sarebbe toccato fotografare proprio la mia città in una situazione analoga”.

 

E, purtroppo, tanto è stato: “Purtroppo sì. Ero già pronto per questa ragione ma anche perché le scosse si susseguivano da tempo”.

 

Cosa hai fatto alle 3.32?

 

“In primissimo luogo ho messo al sicuro mia moglie e miei figli: fortunatamente la mia abitazione non aveva subito danni gravissimi. Poi ho verificato come stavano i miei genitori, che vivono sopra di me, e i miei suoceri: grazie a Dio, stavano tutti bene. Subito dopo mi sono messo sulla mia vespa, e ho iniziato a fotografare. La prima foto l’ho fatta alle 3.50”.

 

Va detto che Roberto non è un fotoreporter: “Anche se i miei primi lavori erano per testate giornalistiche locali, nel tempo sono diventato fotografo di matrimoni. In particolare, mi sono specializzato nel bianco e nero”.

 

Ma le tue foto del sisma sono a colori…

 

“Sì, è stata una scelta che ho fato subito, pensando che le mie foto potessero essere utili ai media. E infatti, così è stato: miei scatti, che fornivo all’Ansa, hanno fatto il giro del mondo, anche inaspettatamente. Con i fotografi dell'Ansa, ho anche vinto un premio internazionale di fotogiornalismo per i servizi fotografici sul sisma dell'Aquila. Oggi non ho più interessa più tutto questo, complice un atteggiamento della stampa divenuto sclerotizzato, che ha spostato l’interesse su logiche che esulano da quelle reali dell’Aquila. Oggi ho a cuore solo raccontare a modo mio ciò che è successo, ed è per questo che mi sto concentrando sulla mostra”.

 

Su che cosa ti sei concentrato nel tuo lavoro di fotografo nei primissimi attimi del sisma e nei giorni successivi?