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Cronaca

L'AQUILA/ Oltre i film ideologizzati, in fermoimmagine la realtà del terremoto

madonna_crollata_R375.jpg(Foto)

 

“Inizialmente ho scattato, come si suol dire, a raffica: un po’ tutto quello che mi passava sotto gli occhi. Poi lentamente ho iniziato a razionalizzare, cercando situazioni dove emergesse l’intimità delle persone, senza per questo violentare chi stava vivendo un dramma. Come nel caso delle foto al convitto nazionale, dove ho ritratto l’ansia di due genitori alla ricerca dei loro figli: uno dei due ragazzi, purtroppo, non ce l’ha fatta. Certo, c’è chi non ha avuto pudore, in particolare i fotografi non aquilani, che spesso e volentieri hanno “profanato” la città, superando abbondantemente ogni limite. Io no. Quella gente era la mia. E come me la pensano così anche Danilo Balducci, Marco D’Antonio e Renato Vitturini, tre colleghi-amici con i quali ho condiviso, e continuo a condividere, tantissimo, anche in termini professionali”.

 

C’è qualcosa che volutamente non hai fotografato?

 

“Ho deciso sin da subito di non ritrarre i morti e le persone sotto le macerie, proprio per quel senso di pudore e di pietà di cui parlavo prima. Ci sono anche foto che ho deciso di tenere per me, e di non dare in pasto alle agenzie”. Avrai sicuramente visto tante foto dei tuoi colleghi: che idea te ne sei fatto? “Ho visto scatti buoni, altri eccellenti, ma a volte mi sono imbattuto in fotografie palesemente ritoccate con filtri di Photoshop che, per questo, hanno raccontato una città irreale”.

 

Tra quelle che pubblichiamo su questo sito, ce n’è una in particolare alla quale sei legato, che riassume il dramma?

 

“Sì, quella in cui si vedono tre persone mosse, come mosso è lo sfondo. Racconta l’agitazione, lo sgomento di quello che stava succedendo. Probabilmente c’è anche una certa dose di causalità in quella foto, ma non per questo si può dire che non sia evocativa”.

 

E adesso è giunto il momento di una grande mostra.

 

“Sì, ci sto lavorando da un po’. Sarà articolata in quattro sezioni: L’Aquila storica, attraverso alcune cartoline d’epoca, L’Aquila così come l’ho ritratta in trent’anni di lavoro, L’Aquila dopo il terremoto e L’Aquila come sarà. Per quest’ultima sezione sto collaborando con alcuni amici architetti, per provare a immaginare il futuro della mia città. Io amo L’Aquila, amo la mia gente, amo la loro storia, la loro dignità, i loro desideri: da un anno, non faccio altro che concentrarmi su questo, anche fotograficamente”.

 

Roberto, è cambiato il tuo modo di fotografare?

 

“Da un punto di vista professionale, va detto che nel 2009 ho avuto solamente tre disdette di matrimoni, il che è assolutamente accettabile. Non ho abbandonato, dunque, il mio mestiere, anzi: quando il 23 aprile dell’anno scorso ho lavorato per un matrimonio in un ristorante sulla costa, è stato come tornare a respirare. Da un punto di vista tecnico, prima del sisma ero un fotografo antico e un vecchio stampatore in bianco e nero, con un occhio al digitale. Oggi mi sto interrogando su come il digitale possa essere funzionale alla mia voglia di raccontare la rabbia e il dolore che mi porto dentro”.

 

(Piergiorgio Greco)