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J’ACCUSE/ Gli ostacoli a quelle mamme lavoratrici così diverse dalla Gelmini e dalla D’Amico

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Segno di un bisogno primario, consistente, e non riducibile a un capriccio personale o alla scarsa disponibilità a sacrificarsi: il sacrificio c’è, è anzi ben presente, ma coincide semmai proprio con l’interruzione di quello che dovrebbe essere un periodo di dedizione esclusiva al bene comune di madre e bambino. Difatti, analizzando nel dettaglio il profilo delle lavoratrici in base al momento del loro ritorno al lavoro, l’Istat evidenzia [2] che la tendenza ad anticipare il rientro al lavoro è tipica del Meridione (il 20% delle donne del Sud torna dopo 3 mesi, contro il 10% del Nord; tra i 3 e i 6 mesi del bambino rientra un altro 44% di donne al Sud, mentre solo il 23% lo fa al Nord): interrogate al loro rientro, almeno una metà delle madri dichiara che avrebbe preferito restare ancora per un po’ con i figli, e di essere tornate al lavoro prevalentemente per esigenze economiche.

 

A esprimere il desiderio di restare a casa più a lungo sono in maggioranza proprio le madri lavoratrici del Meridione, che vivono evidentemente la loro come una scelta condizionata da queste esigenze. Significativamente, le donne che hanno prolungato la loro permanenza in congedo lo hanno fatto almeno per un 10% utilizzando strumenti differenti dall’astensione: come le ferie, che a differenza dell’astensione facoltativa prevedono la retribuzione piena.

 

Il problema delle donne italiane, dunque, non sembra a oggi essere in prevalenza, o soltanto, quello di soddisfare l’impellente desiderio di rientrare immediatamente al lavoro, quanto quello di far convivere il desiderio di restare accanto ai figli, condividendo con loro almeno i primi, preziosi mesi di vita, con le aspirazioni professionali, le necessità economiche e i ritmi lavorativi.

 

Eloquenti sono a questo proposito i dati relativi al fenomeno dell’uscita dal mercato del lavoro delle neomamme: il 18,4% delle donne - una su cinque - alla data dell’intervista non lavora più, sia perché è stata licenziata (nel 5,6% dei casi), sia perché ha lasciato il lavoro volontariamente (nel 12,4% dei casi), adducendo a motivo l’inconciliabilità degli orari lavorativi con il nuovo assetto familiare, o per potersi dedicare completamente alla famiglia.

 

Numeri ancora più significativi, se si considera che, delle “sopravvissute”, il 40,2% dichiara difficoltà nel conciliare famiglia e lavoro. In cima alla lista, di nuovo, è la rigidità dell’orario (con l’impossibilità di fruire di entrate o uscite elastiche), insieme allo svolgimento di turni serali o nel fine settimana. A dichiarare le maggiori difficoltà sono le madri con un livello di istruzione più elevata e che lavorano full-time: dunque, in apparenza, proprio quelle che sono tornate al lavoro più volentieri (non per motivi economici, ma perché “il lavoro richiedeva la loro presenza”) e con maggiore soddisfazione, trovandosi però poi a fronteggiare l’urto con l’odierna realtà lavorativa, rigida e inconsapevole delle loro mutate priorità.

 

[2] Cfr. S. Prati, M. Lo Conte, V. Talucci, “Le strategie di conciliazione e le reti formali e informali di sostegno alle famiglie con figli piccoli”, Seminario Cnel-Istat, Roma, 2 dicembre 2003., pp. 2-4.

 

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COMMENTI
19/10/2010 - nota molto marginale (Antonio Servadio)

sono tutti argomenti importanti e sono felice che se ne parli. Penso anche che sarebbe bene ricordare alcuni aspetti perversi del sistema, ad es. quelli secondo cui parecchie insegnanti supplenti hanno deliberatamente approfittato di supplenze, anche brevissime, per farsi intere gravidanze comodamente a carico dello stato. Anche questo è statalismo e non concorre a creare buona opinione sulla scuola. Per converso, ci sono mamme che lavorano in situazioni stabili ma private dove in un modo o nell'altro la gravidanza le spingerebbe fuori dal lavoro.