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J’ACCUSE/ Gli ostacoli a quelle mamme lavoratrici così diverse dalla Gelmini e dalla D’Amico

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A tentare di porre rimedio a questa rigidità è stata, di nuovo, la legge 53 del 2000, che all’articolo 9 prevedeva un sostegno finanziario in favore di progetti aziendali che incentivino la flessibilità lavorativa - come il part-time, il telelavoro, gli orari flessibili, la banca delle ore, che i dati Istat dimostrano avere un’incidenza positiva sulla conciliazione.

 

Lodevole nelle intenzioni, l’articolo ha però incontrato nel corso della sua breve esistenza notevoli difficoltà pratiche: non tanto per via della ristrettezza della somma - originariamente soli 40 miliardi di lire annui - messa a disposizione dei progetti, quanto per la macchinosità dei procedimenti per accedere ai finanziamenti, che ha fatto sì che i già limitati fondi venissero utilizzati solo in minima parte.

 

In pratica, la complessità burocratica, unita a quella organizzativa e insieme alla mancanza di un forte incentivo culturale, non solo economico, hanno fatto sì che, nei dieci anni intercorsi, le aziende italiane non utilizzassero realmente appieno l’unico strumento di flessibilità disponibile, limitandosi a iniziative isolate a beneficio dell’immagine pubblica, più che del reale benessere dei lavoratori.

 

Dulcis in fundo, nel tentativo di migliorare una norma che dal dipartimento della Famiglia non esitano tuttora a definire “sperimentale”, lo scorso anno la legge 69 del 18 giugno 2009 ha rimesso mano all’articolo, ampliandone il fronte di intervento e demandando al governo l’individuazione della quota da destinare al finanziamento: ma il percorso di questo nuovo provvedimento, dipendente da decreti attuativi interministeriali, è stato sinora intralciato dall’attesa delle approvazioni di vari enti coinvolti, tra i quali la Conferenza Stato-Regioni.

 

Il risultato è che per quasi un anno i finanziamenti per la flessibilità, già di difficoltosa gestione, sono rimasti in stallo: con buona pace dei tanti genitori lavoratori in attesa di misure di conciliazione. La situazione è stata sbloccata solo lo scorso 29 aprile: nella medesima manifestazione di Mantova già menzionata, il capo dipartimento delle Politiche della Famiglia, Roberto Marino, non escludeva il varo della misura prima dell’estate.

 

Le madri lavoratrici italiane, insomma, non potrebbero seguire l’esempio della D’Amico e della Gelmini, nemmeno se lo volessero: prima dei tre mesi del bambino, lo impedisce la legge. Attualmente, peraltro, è la loro stessa volontà ad escluderlo: la volontà di donne sempre più consapevoli, sempre meno disposte a rinunciare non solo alla procreazione, ma alla maternità, intesa come allevamento e vicinanza fisica ed emotiva ai loro bambini, delle cui vite non si accontentano più di essere semplici spettatrici.

 

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COMMENTI
19/10/2010 - nota molto marginale (Antonio Servadio)

sono tutti argomenti importanti e sono felice che se ne parli. Penso anche che sarebbe bene ricordare alcuni aspetti perversi del sistema, ad es. quelli secondo cui parecchie insegnanti supplenti hanno deliberatamente approfittato di supplenze, anche brevissime, per farsi intere gravidanze comodamente a carico dello stato. Anche questo è statalismo e non concorre a creare buona opinione sulla scuola. Per converso, ci sono mamme che lavorano in situazioni stabili ma private dove in un modo o nell'altro la gravidanza le spingerebbe fuori dal lavoro.