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J’ACCUSE/ Gli ostacoli a quelle mamme lavoratrici così diverse dalla Gelmini e dalla D’Amico

Pubblicazione:martedì 1 giugno 2010

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Fare un figlio: e poi, al lavoro subito, il prima possibile, anche prima che trascorrano i tre mesi di astensione obbligatoria previsti dalla legge. A fare questa scelta sono state negli ultimi tempi due tra le donne più in vista del nostro paese, una presentatrice televisiva come Ilaria d’Amico e un ministro come Maria Stella Gelmini: ricalcando la scelta che già fu di Rachida Dati in Francia, e motivandola con la necessità di lavorare e di “fare sacrifici”.

 

Una scelta preclusa, come entrambe hanno sottolineato nelle interviste rilasciate al Corriere della Sera, alle donne “normali”: ma mentre la D’Amico riconosce di essere stata “privilegiata” a poter lavorare da casa e con una nursery in redazione, al contrario il “privilegio”, secondo la Gelmini, è quello delle donne che restano a casa per mesi - fossero anche quelli che spettano loro per diritto.

 

Escluse da un privilegio o privilegiate? Una cosa è certa: le madri lavoratrici italiane non hanno vita facile, e non perché “costrette” a restare a casa dopo il parto. La legge che attualmente disciplina la loro sorte - la 53 del 2000 - segue le tracce di una precedente legge, la 1240 del 1971, primo frutto delle rivendicazioni femminili in tema di maternità: in particolare per quanto riguarda il riposo in gravidanza - nei due mesi finali - e dopo il parto - nei tre mesi iniziali.

 

Un riposo fino ad allora affatto garantito: sancirlo in sede legislativa significò una conquista a lungo agognata, per generazioni di donne a vivere sulla propria pelle le contemporanee fatiche della procreazione e del lavoro (spesso non di concetto), senza sconti e senza riconoscimento alcuno.

 

All’inizio di questo millennio, la revisione della legge si proponeva tra l’altro di approfondire questa tutela: oltre a condividerla in maniera più piena tra i due coniugi, e a renderla più flessibile (consentendo di spostare uno dei mesi di astensione obbligatoria da prima a dopo la nascita del bambino, e riconoscendone quindi la maggiore necessità in questa fase), ne confermava l’esigenza e l’indiscutibilità.

 

All’indomani del congedo obbligatorio, per la madre lavoratrice si aprono oggi due strade: quella del rientro al lavoro, ovvero quello del prolungamento dell’astensione per sei ulteriori mesi (retribuiti al 30%, se fruiti entro il terzo anno di vita del bambino; non retribuiti, se fruiti entro gli otto anni). Secondo l’ultima rilevazione Istat [1], presentata da Sabrina Prati lo scorso sabato alla manifestazione “Sui Generis” di Mantova, ad avvalersi di questa facoltà dopo 18-21 mesi dal parto sono state una larga maggioranza, pari al 74,4% delle donne (più al nord - oltre l’80% - che al sud - poco più del 60%).

 

[1] Cfr. S. Prati, “Essere madri in Italia – anno 2005”, seconda Indagine Campionaria sulle nascite, Roma, Istat, 17 gennaio 2007, p.p. 8-9.

 

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COMMENTI
19/10/2010 - nota molto marginale (Antonio Servadio)

sono tutti argomenti importanti e sono felice che se ne parli. Penso anche che sarebbe bene ricordare alcuni aspetti perversi del sistema, ad es. quelli secondo cui parecchie insegnanti supplenti hanno deliberatamente approfittato di supplenze, anche brevissime, per farsi intere gravidanze comodamente a carico dello stato. Anche questo è statalismo e non concorre a creare buona opinione sulla scuola. Per converso, ci sono mamme che lavorano in situazioni stabili ma private dove in un modo o nell'altro la gravidanza le spingerebbe fuori dal lavoro.