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IL CASO/ Sbai: ecco perché anche la tragedia di Sanaa ha un senso

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Premesso che in Italia il delitto d’onore è stato abolito da tempo, un crimine tanto efferato in cui un padre uccide una figlia, credendo di poter assurdamente lavare un'onta inesistente col sangue di un'innocente, doveva essere sanzionato con una pena esemplare. L’omicidio di Sanaa non è stato soltanto quello di un genitore contro la propria stessa prole, ma un attentato contro l’integrazione e contro le stesse istituzioni democratiche dello Stato.

 

E’ stato un delitto dove ad essere uccisa è stata tutta quella parte delle seconde generazioni che si è saputa e voluta integrare e che ha fatto della propria diversità un valore. Non una prigione, non una condizione paradossalmente e superbamente elitaria. E’ stato il crimine commesso in nome dell’appartenenza a un ghetto comunitario incapace di guardare all’altro da sé, inamovibile, asserragliato. E’ stato un omicidio che ha fatto della propria diversità culturale un vessillo identitario che servisse da monito a tutta la comunità di Pordenone.

 

Ed infatti l’aula del tribunale era vuota: non una donna o un uomo marocchino a sostenere la memoria di Sanaa, per il terrore delle ripercussioni. Non una di quelle tante femministe coraggiose a parole ma non nei fatti, prone a quell'ideologia multiculturale lassista che ha prodotto disastri.

 

Il precedente che il giudice Botteri ha sancito al processo è quello secondo il quale l’ordinamento giuridico italiano garantisce il diritto alla libertà di scelta, di pensiero, alla parità tra uomo e donna, all’uguaglianza. Omicidi come quello della povera Sanaa sono contrari al nostro ordinamento e sono figli di una concezione distorta del diritto che non può e non deve essere lasciata filtrare in Italia come invece accaduto in Germania a causa di una magistratura complice e timorosa.

 

 

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COMMENTI
18/06/2010 - La rara dote del coraggio (alessandra de pra)

Grazie per ogni singola parola che ha scritto in questo articolo. Sono convinta che tutto il male del mondo può arrivare qui ed ora se solo trova uno spiraglio nella ns. mancanza di coraggio. Condivido perciò appieno il suo rimprovero verso le femministe e verso la magistratura. Mi conforta constatare che il giudice di questo processo, alla cui fermezza dobbiamo la condanna di ergastolo, è una donna. E' una specie di risarcimento postumo a questa figlia la cui madre non aveva esitato a "perdonare". Ma il problema del coraggio, è di noi tutti, donne e uomini: senza, la nostra umanità è mutilata, il ns. futuro incerto. Questa notizia mi dà speranza. E anche il sapere che ci sono, tra i ns. politici, persone che si spendono con la Sua passione.