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IL CASO/ Sbai: ecco perché anche la tragedia di Sanaa ha un senso

Sanaa_DafaniR375.jpg (Foto)

Per questo ritengo che sia giunto il momento di fare in modo, come ho proposto recentemente, che non sia possibile riconoscere attenuanti di tipo culturale, etnico o religioso, che minano il concetto stesso di diritto positivo maturato dopo anni di battaglie per la conquista dei diritti inalienabili dell’essere umano codificati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, universale perché corrispondente all’universo mondo!


Dobbiamo invece lavorare affinché nel nostro ordinamento venga introdotta la fattispecie di aggravante culturale in base alla quale, se un delitto venga commesso in nome dell'obbedienza a tradizioni, usanze e regole inaccettabili, esso non solo debba essere in un certo qual modo compreso, ma la pena prevista debba essere appesantita nel rispetto dell’universalità sancita a New York nel 1948!


Non siamo più disposti a permettere che forme di segregazione, di violenza, di sopruso, possano essere fatte prevalere sulla sacralità della vita. Dobbiamo spalancare quelle porte che per troppo tempo sono rimaste serrate, per risvegliare le menti di chi è ancora accecato dalla paura, dall’indifferenza o annichilito da un pensiero tanto relativista da garantire il perpetuarsi di questi massacri. Per far capire all’opinione pubblica che queste storie che sembrano accadute in un passato remoto, sospeso quasi in una dimensione senza tempo, in Paesi lontanissimi, si sono verificate nell’Italia di oggi.

 

Siamo state, siamo e continueremo ad essere tutte Sanaa, finché l’ultimo di questi crimini contro i figli e le figlie dell’Uomo non restino solo un ricordo sbiadito.  

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COMMENTI
18/06/2010 - La rara dote del coraggio (alessandra de pra)

Grazie per ogni singola parola che ha scritto in questo articolo. Sono convinta che tutto il male del mondo può arrivare qui ed ora se solo trova uno spiraglio nella ns. mancanza di coraggio. Condivido perciò appieno il suo rimprovero verso le femministe e verso la magistratura. Mi conforta constatare che il giudice di questo processo, alla cui fermezza dobbiamo la condanna di ergastolo, è una donna. E' una specie di risarcimento postumo a questa figlia la cui madre non aveva esitato a "perdonare". Ma il problema del coraggio, è di noi tutti, donne e uomini: senza, la nostra umanità è mutilata, il ns. futuro incerto. Questa notizia mi dà speranza. E anche il sapere che ci sono, tra i ns. politici, persone che si spendono con la Sua passione.