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CHIESA/ Negri: impariamo dall’umiltà di Benedetto

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Benedetto XVI (Imagoeconomica)  Benedetto XVI (Imagoeconomica)

 

Da dove nasce il carrierismo? Direi dalla per-versione di un valore positivo, il valore delle amicizie ecclesiastiche. È una dinamica naturale oltre che un fatto importante e positivo che gli ecclesiastici coltivino l’amicizia con altri ecclesiastici. Alla base di questo vi sono fattori culturali e attinenti alle singole biografie delle persone che servono Dio come pastori. Tali rapporti di amicizia sono nati nei Paesi da cui gli ecclesiastici provengono, si sono incrementati attraverso gli studi seminaristici o universitari, sono maturati in esercizi di attività pastorali parallele e contigue.

 

L’errore comincia quando le amicizie non sono usate in funzione della Chiesa, ma per servirsi di essa. Non può essere necessario e sufficiente, per ricoprire una certa responsabilità nella Chiesa, essere stato amico di certe persone ecclesiasticamente influenti. Gli “amici” dovrebbero chiedersi con molta umiltà, quella umiltà a cui il Papa richiama continuamente, se sono effettivamente in grado di servire in quella responsabilità la Chiesa, amando le esigenze e i diritti della Chiesa più delle esigenze e dei diritti della propria amicizia. Altrimenti il carrierismo trasforma un servizio appassionato al bene della Chiesa in un potere che si esercita sulla Chiesa a partire dalle proprie capacità, dal proprio valore personale.

Per far sì che l’amicizia divenga sorgente di amore e di servizio, anziché strumento di potere, è innanzitutto necessaria quella forma alta e suprema di amicizia che è l’obbedienza a Cristo. “Nessuno è realmente capace - dice il Santo Padre, in uno dei passaggi più belli del suo discorso - di pascere il gregge di Cristo, se non vive una profonda e reale obbedienza a Cristo e alla Chiesa, e la stessa docilità del Popolo ai suoi sacerdoti dipende dalla docilità dei sacerdoti verso Cristo; per questo alla base del ministero pastorale c’è sempre l’incontro personale e costante con il Signore”.

Ecco perché, secondo me, è necessaria una profonda revisione del concetto di amicizia ed è necessario che ci si aiuti tutti, nella Chiesa, a viverla in funzione del servizio a Cristo e alla Chiesa e non dell’occupazione del potere.

 

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COMMENTI
07/06/2010 - Ma c'è il miracolo! (Elisa Benatelli)

Vorrei collegarmi al commento di Giuseppe quando dice "Inutile dire che comportamenti analoghi un cristiano li dovrebbe applicare in ogni ambito della propria attività" perchè in questi giorni di grande turbamento personale mi è difficile essere umile innanzitutto di fronte al Signore e chiedere a Lui. Perchè davanti alle miserie dell'uomo cosa possiamo fare noi? Noi possiamo solo testimoniare con la nostra vita, anche quando questo vuol dire rinunciare alla strada più facile, quella più battuta e constantemente davati ai nostri occhi. Un grazie a Mons. Negri che mi ha ricordato che "Forse la Chiesa di Dio...dovrebbe intensificare le preghiere perché il Signore rinnovi, con il suo braccio santo, i miracoli che possano rendere sempre più vera e grande la vita della Chiesa" e la vita di ognuno di noi.

 
06/06/2010 - Il vero servizio precede anche l'amicizia. (Giuseppe Crippa)

Sono grato a Mons. Negri per questo preciso richiamo alle parole del Papa sul senso dell’autorità e sulla gerarchia nella Chiesa. Con la consueta chiarezza don Luigi mette a fuoco il “carrierismo“ di molti ecclesiastici, che “usano le proprie amicizie non in funzione della Chiesa, ma per servirsi di essa”. Concordo con lui quando dice “Non può essere necessario e sufficiente, per ricoprire una certa responsabilità nella Chiesa, essere stato amico di certe persone.” Credo però che non soltanto gli aspiranti a certe responsabilità debbano giudicare sé stessi con umiltà ma soprattutto debbano esserlo quanti, già arrivati a queste responsabilità, debbano scegliersi dei collaboratori o indicare persone idonee ad incarichi più elevati. E’ tanto facile e comodo indicare persone “amiche” prima che adeguate quanto difficile e scomodo sottrarsi all’insistenza di questi “amici” e crearsi la nomea di scostante, antipatico ed irriconoscente. E’ forse questo un costo eccessivo per un servizio alla Chiesa esercitato con impegno? Inutile dire che comportamenti analoghi un cristiano li dovrebbe applicare in ogni ambito della propria attività come indica Benedetto XVI nella sua catechesi del 26 maggio, quando dice che “l’autorità umana non è mai un fine, ma sempre e solo un mezzo e che, necessariamente ed in ogni epoca, il fine è sempre la persona, creata da Dio con la propria intangibile dignità”.