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Cronaca

STALKING E OMICIDI/ Inizio estate di sangue: nove donne uccise in delitti passionali

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L’ULTIMO PASSAGGIO DI ANNA MARIA - Secondo gli inquirenti a ucciderla potrebbe essere stato un «amico» conosciuto in chat. L’identità dell’assassino sarebbe già nota alle forze dell’ordine, si tratterebbe di un 60enne di origini calabresi residente nel Piacentino. Anna Maria Tarantino prima di essere uccisa a pugni in faccia stava invece andando a fare una passeggiata all’Ikea a Roma. La donna aveva chiesto un passaggio a Leopoldo Ferrucci, conosciuto poco tempo prima. L’uomo però si era sempre dimostrato gentile e disponibile e quel giorno l’aveva persino aiutata a trasportare dei mobili. Ma durante il tragitto le ha fatto delle avance che lei ha rifiutato e lui ha cominciato a picchiarla fino a ucciderla.

 

DENUNCE INASCOLTATE - E se in alcuni casi la violenza esplode in modo totalmente imprevedibile, spesso invece questi omicidi sono preceduti da denunce per stalking che non trovano seguito e non portano all’arresto degli accusati. Emblematico il caso di Rivolta d’Adda. Sonia Balconi, vittima dell’omicidio, aveva da poco denunciato De Carlo. Le forze dell’ordine non erano però intervenute, e proprio la denuncia è stato il motivo scatenante del gesto folle dell’uomo. Eppure, su questo argomento, la sentenza 25527 emessa dalla Corte di Cassazione il 7 luglio di quest’anno non lascia adito a dubbi. Stabilendo che la macchina della giustizia si deve muovere per proteggere in maniera tempestiva le vittime di stalking con misure di sicurezza attive già dopo la seconda denuncia di molestia.

 

LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE - Con la sentenza 25527/2010 la Cassazione ha ammonito i giudici di merito a emettere subito misure di sicurezza a tutela delle vittime di stalking. Sollecitando l’adozione di arresti domiciliari o fermo del persecutore in modo tempestivo. I giudici hanno ritenuto che affinché possa ritenersi configurato il reato di stalking è sufficiente che la persecuzione si realizzi anche con soli due episodi se questi generano nella vittima stati di ansia e paura che compromettono la sua vita quotidiana. Da qui l’invito a non sottovalutare i rischi connessi agli atti persecutori.

 

(Pietro Vernizzi)

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