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venerdì 16 luglio 2010
Vedi la villetta gialla, sede de “L’Imprevisto”, lungo il sonnolento lungomare di Pesaro e non sospetteresti mai che quella tranquillità nasconde vent’anni vissuti con passione, spendendosi senza riserve per ragazzi e ragazze tossicodipendenti, cercando di recuperarli alla vita. Le case della comunità terapeutica di Silvio Cattarina hanno appena compiuto venti anni.
Vent’anni spesi per aiutare gli altri? Neanche per idea. «Credo che qualcosa sia veramente cambiato nella mia vita - dice Cattarina in questa lunga intervista - quando ho capito che dovevo cominciare a sentire di più il bisogno del mio cuore, il desiderio del mio cuore. Per capire bene i ragazzi dovevo capire bene me stesso». È quello il punto nascosto, invisibile ma potente, da sollecitare, da risvegliare nel tentativo di provocare quel «continuo, grande struggimento» che costituisce il lavoro più profondo, il solo in grado di far amare se stessi e rinunciare a buttarsi via. Una storia che Cattarina racconta in Torniamo a casa. L’Imprevisto: storia di un pericolante e dei suoi ragazzi, appena uscito per i tipi di Itaca.
Perché ha deciso, parecchi anni fa, di dedicarsi ai ragazzi tossicodipendenti, facendo di questo la sua professione?
Fin da molto giovane ho conosciuto dei ragazzi tossicodipendenti e ciò che più mi colpiva di loro, e che allo stesso tempo mi faceva più arrabbiare, era l’espressione che usavano (e ancora oggi adoperano) per definire la loro condizione. Capirete subito anche voi che è tanto sbagliato quanto drammatico, dicevano: «Mi faccio». Chi invece non fa uso di droghe utilizza altre parole come “assumere”, “prendere”, “drogarsi”, ecc. Questa espressione fa capire bene la drammaticità e l’assurdità di quel modo di dire e di fare. Perché non è possibile farsi, farsi da soli. Il bello è avere altri che “ti fanno”: che ti accolgono, che ti aiutano, che ti affascinano. Per questo, più della droga stessa, mi sorprende ciò che sta dietro: il risentimento, la ribellione, la delusione, la rabbia, il lasciarsi andare di questi ragazzi. Ognuno sa che si viene al mondo e si vive in forza di una promessa, di un’attesa. Se questa promessa e quest’attesa non vengono esaudite, pian piano molti si arrabbiano, si ribellano.
Dunque è cominciato tutto perché voleva farsi carico del dramma di questi giovani. Una ribellione che a lei non andava proprio.
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