BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Cronaca

MEETING/ Carceri a "bassa sicurezza" per combattere il sovraffollamento

Giustizia e legalità sono oggetto oggi di accesi dibattiti a livello politico. Privati dal nodo educativo, divengono però semplici ingranaggi di un meccanismo che si vorrebbe solamente più efficiente e celere. La riflessione di GUIDO BRAMBILLA, che interverrà oggi al Meeting di Rimini

Carcere_Luce_SbarreR375.jpg(Foto)

A mio parere giustizia e legalità, oggi ampiamente oggetto di accesi dibattiti a livello politico, scientifico e tecnico, sono esperienze ormai defraudate della loro sorgente nativa, quasi fossero semplici ingranaggi di un meccanismo che si vorrebbe solamente più efficiente e celere, limitato, nelle sue finalità, alla pratica soluzione dei conflitti sociali, quale essa sia e indipendentemente da una domanda di senso.

Ecco perché ritengo che, anche con riguardo alla giustizia e alla legge, il nodo cruciale da affrontare sia quello educativo. Riguardando i più svariati e complessi bisogni dell’uomo, nei suoi rapporti interpersonali e con la realtà tutta, la giustizia è prima di tutto un'esigenza costitutiva e originaria del cuore umano, di come questo possa essere condotto al suo compimento e poi, ma solo come conseguenza necessaria, un percorso tentativamente risolutivo dei problemi che attengono all’ordinata convivenza sociale e alla soddisfazione dei bisogni dei singoli.

L’io non è un prodotto del cervello, come affermava il premio Nobel John Eccles; così come la giustizia non è un prodotto della legge, non è l’esito automatico di una norma positiva, bensì un bisogno che preesiste come urgenza di compimento dell’essere, che va dunque riconosciuto, sostenuto e favorito dalla legge stessa.

Per cui alla domanda, oggi ampiamente diffusa, di come può efficacemente tradursi la giustizia a livello normativo e processuale, mi sembra corretto anteporne un’altra, più importante: "quando l’uomo è giusto?” o, meglio, “cosa rende l’uomo giusto?”, sì da poter conformare a giustizia la stessa interpretazione e applicazione della legge. Perché è evidente, per esempio, che la sentenza di un giudice, benché tecnicamente corretta e immune da vizi logici, può essere sostanzialmente iniqua se l’uomo che la redige non è in un rapporto adeguato con il reale, non “legge” la realtà in modo equilibrato, tenendo conto della pluralità dei fattori in gioco.

Si tende infatti a spostare il tema del giusto e del vero dal soggetto alla tecnica normativa, trasformandolo quindi in un’astratta retorica della “professionalità”, spesso dominata dalla reattività del momento e quindi succube della mentalità dominante e del consenso sociale. Si tratta, a ben vedere, di un problema non del solo oggi. Chi non ricorda la famosa “Storia della Colonna Infame” di Manzoni?