BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

MEETING/ Carceri a "bassa sicurezza" per combattere il sovraffollamento

Carcere_Luce_SbarreR375.jpg (Foto)



Già allora la stessa vicenda processuale che vide coinvolti, nel 1630, due innocenti cittadini milanesi, accusati di essere gli “untori” della peste che affliggeva la città, venne spiegata in modo diverso dal citato autore rispetto alla versione dell’illuminista lombardo Pietro Verri nelle sue “Osservazioni sulla tortura”. Quest’ultimo aveva infatti accentrato la sua attenzione sulla disumanità della tortura praticata dai giudici, a fini confessori, sui due malcapitati e quindi sulla giusta necessità di abolire tale crudele strumento procedurale.

Manzoni, invece, pur criticando l’efferatezza del mezzo, aveva affermato che quei giudici, se avessero tenuto conto della retta ragione e delle stesse leggi del tempo, così com’erano, sarebbero comunque pervenuti a una diversa soluzione, salvando conseguentemente gli accusati dall’esecuzione capitale.

Si legge infatti nel testo manzoniano “Non vogliamo certamente (e sarebbe un tristo assunto) togliere all'ignoranza e alla tortura la parte loro in quell'orribile fatto: ne furono, la prima un'occasion deplorabile, l'altra un mezzo crudele e attivo, quantunque non l'unico certamente, né il principale. Ma crediamo che importi il distinguerne le vere ed efficienti cagioni, che furono atti iniqui, prodotti da che, se non da passioni perverse? Dio solo ha potuto distinguere qual più, qual meno tra queste abbia dominato nel cuor di que' giudici, e soggiogate le loro volontà: se la rabbia contro pericoli oscuri, che, impaziente di trovare un oggetto, afferrava quello che le veniva messo davanti; che aveva ricevuto una notizia desiderata, e non voleva trovarla falsa; aveva detto: finalmente! e non voleva dire: siam da capo; la rabbia resa spietata da una lunga paura, e diventata odio e puntiglio contro gli sventurati che cercavan di sfuggirle di mano; o il timor di mancare a un'aspettativa generale, altrettanto sicura quanto avventata, di parer meno abili se scoprivano degl'innocenti, di voltar contro di sé le grida della moltitudine, col non ascoltarle; il timore fors'anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire: timore di men turpe apparenza, ma ugualmente perverso, e non men miserabile, quando sottentra al timore, veramente nobile e veramente sapiente, di commetter l'ingiustizia….”

Il problema della giustizia, di tutta la giustizia, quindi, è innanzitutto una questione, un’urgenza educativa, e che, per tale natura, non vede come unico soggetto risolutore, lo Stato e le sue varie articolazioni istituzionali. Ed è per questo motivo che - passando ora ad argomenti di mia maggiore competenza - anche i problemi dell’esecuzione penale, della sicurezza, della prevenzione, della varietà dei sistemi punitivi possono e devono essere primariamente ricondotti a una predominante esigenza educativa.