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MEETING/ Carceri a "bassa sicurezza" per combattere il sovraffollamento

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L’art. 27, 3° comma, della Costituzione italiana, afferma che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. La citata norma costituzionale riveste un’importanza eccezionale perché, innanzitutto, rispetto alla pregressa normativa fascista, si discosta da una logica meramente retributiva dei sistemi sanzionatori, affermando che tutte le pene, per loro natura sempre afflittive, devono però “tendere” alla rieducazione.

La Corte Costituzionale, successivamente, nella storica sentenza nr. 204/1974, nel dichiarare illegittima l’attribuzione al Ministro della Giustizia della facoltà di concedere, con proprio decreto, la liberazione condizionale, ebbe ad affermare “il diritto per il condannato a che, verificandosi le condizioni poste dalla norma di diritto sostanziale, il protrarsi della realizzazione della pretesa punitiva venga riesaminato al fine di accertare se in effetti la quantità di pena espiata abbia o meno assolto positivamente al suo fine rieducativo; tale diritto deve trovare nella legge una valida e ragionevole garanzia giurisdizionale”.

Si è così vincolato il legislatore a strutturare l’esecuzione delle pene a fini di risocializzazione. Al dettato costituzionale sono pertanto conseguite leggi ispirate a tale finalità: la legge 25.07.1975 nr. 354 sull’ordinamento penitenziario, la legge 10.10.1986 nr. 663 (più conosciuta come legge cd. “Gozzini”), il DPR 30.06.2000 nr. 230, per citare le più importanti, ed altre ancora.

Senza addentrarmi nelle novità apportate da tale corpo normativo (che ha introdotto istituti sconosciuti in altri ordinamenti, come le misure alternative al carcere) e per rimanere su un piano sistematico, rilevo, tuttavia, che il suddetto principio costituzionale presenta comunque aspetti di problematicità interpretativa. Mette conto osservare, infatti, che l’art. 27 della Costituzione non precisa cosa si debba intendere per “rieducazione”, né lo hanno fatto in modo specifico le successive legislazioni.

Tale norma era stata infatti oggetto, in seno all’assemblea Costituente, di un compromesso ideale tra le due scuole di pensiero prevalenti: la Scuola Classica e la Scuola Positiva (quest’ultima spostava l'attenzione dalla funzione retributiva della pena, propria della Scuola Classica, alla diversa funzione di prevenzione sociale e, conseguentemente, alla rieducazione e risocializzazione del condannato).

L'Assemblea, dunque, in sede di lavori preparatori, rinunciò a dare una definizione compiuta di funzione rieducativa, dando adito a un successivo e tutt’ora aperto dibattito, in ordine al suo contenuto, tenuto altresì conto delle inevitabili variabili storiche, culturali e politiche che connotano la materia. Tralasciando l’incidenza altalenante che, nel corso degli anni successivi alla Costituente, le due prevalenti scuole di pensiero hanno avuto sulla politica penale e carceraria, si può intanto affermare che, allo stato attuale, la rieducazione del condannato è attuata, principalmente, attraverso il cd. “trattamento penitenziario”.


 

 

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