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MEETING/ Carceri a "bassa sicurezza" per combattere il sovraffollamento

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L’art. 1, ultimo comma, della legge nr. 354/75, afferma infatti che “Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un intervento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento è attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti”.

E il successivo art. 13 aggiunge: “Il trattamento penitenziario deve rispondere ai particolari bisogni della personalità di ciascun soggetto. Nei confronti dei condannati e degli internati è predisposta l’osservazione scientifica della personalità per rilevare le carenze psicofisiche e le altre cause di disadattamento sociale. L’osservazione è compiuta all’inizio dell’esecuzione e proseguita nel corso di essa”.

È chiara, in queste formulazioni, l’impronta tipica della scuola positiva che, pur avendo il merito di aver trasformato il carcerato da semplice numero a individuo con nome e cognome, lo ha reso tuttavia oggetto di un trattamento rieducativo improntato all’“osservazione scientifica della personalità”, alla soluzione delle “carenze psicofisiche” e delle cause di disadattamento sociale.

La rieducazione, pertanto, viene per lo più concepita ancora come esito di uno “studio” personalizzato dell’individuo e finalizzato a una “progressione” comportamentale in senso risocializzativo. Va, tuttavia, aggiunto che i successivi artt. 15 e 17 dell’Ordinamento Penitenziario, hanno comunque consentito un’apertura prima inimmaginabile al concetto di rieducazione (seppur impostata, come detto, nella cornice di un’”osservazione scientifica”). La prima delle due citate norme (elementi del trattamento) specifica infatti che il trattamento “viene svolto avvalendosi dell’istruzione, del lavoro, della religione, delle attività ricreative-sportive, agevolando opportuni contatti con il mondo esterno e con la famiglia”.

La seconda stabilisce che “La finalità del reinserimento sociale dei condannati e degli internati deve essere perseguita anche sollecitando e organizzando la partecipazione di privati e di istituzioni o associazioni pubbliche o private all’azione rieducativa”. Sono inoltre ammessi a frequentare gli istituti penitenziari, con l’autorizzazione e secondo le direttive del magistrato di sorveglianza, su parere favorevole del direttore, “tutti coloro che avendo concreto interesse per l’opera di rieducazione dei detenuti, dimostrino di poter utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera”.

Si tratta di una chiara apertura al privato sociale nel senso della ammessa possibilità , da parte del legislatore statale, di un sussidiario intervento del sociale nell’opera rieducativa del condannato. Accanto a una politica di decarcerizzazione, attuata principalmente dalla legge cd. “Gozzini” (seppur in parte successivamente frustrata nei suoi principi ispiratori), il legislatore ha così voluto il contributo della stessa libera società, “aprendo” le carceri all’intervento di cittadini, associazioni ed imprese, interessati operativamente al recupero del detenuto.


 

 

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