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MEETING/ Carceri a "bassa sicurezza" per combattere il sovraffollamento

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Si è assistito, così, nel corso degli anni successivi, nonostante bruschi ripiegamenti involutivi dovuti a legislazioni d’emergenza, al proliferare di progetti ed iniziative nati dalla spontanea e virtuosa dedizione di singoli e gruppi mossi da intenti solidaristici o da autentica carità cristiana. Ciò, a mio parere, ha finito con l’influire, nel tempo, sul contenuto e la finalità della stessa “rieducazione”.

Se infatti alcuni, mossi da pur nobili propositi, si sono limitati a offrire a detenuti strumenti e opportunità per “progredire” nel loro percorso trattamentale sì da poter accedere più facilmente a benefici penitenziari, per altri la rieducazione è stata un vero e proprio “incontro” tra un io e un tu, valorizzatore dell’individuo e della sue potenzialità, un avvenimento relazionale che, pur non eliminando formalmente l’involucro della progressione trattamentale, si è rivelato da subito capace di generare speranza e quindi un autentico cambiamento della persona, non più proiettata solo ad un “fuori”, ma cresciuta e sostenuta già “dentro” in un rapporto carico di significato.

Naturalmente la strada è lunga e non mancano ostacoli alla piena attuazione di una sussidiarietà educativa. Uno è rappresentato dalla rigidità dei sistemi carcerari, poco flessibili per loro natura alle esigenze dell’impresa (per ciò che concerne, ad esempio, il lavoro) la quale, a sua volta, deve essere aiutata e sostenuta, attraverso il riconoscimento di maggiori sgravi fiscali e di contribuzioni, per incentivare l’investimento sui detenuti.

Un altro è costituito dall’attuale sovraffollamento carcerario che rende inaccessibili grandi fette della popolazione detenuta all’iniziativa operosa dei singoli e delle stesse imprese. Le risposte a tali problemi sono molteplici e complesse e per lo più rese anche di difficile attuazione sia per la spinta giustizialista che vede nel carcere l’unico rimedio risolutivo dei comportamenti devianti, sia per la permanenza di uno statalismo paternalista che teme perdere il potere di controllo sulla devianza stessa.

Nei paesi anglosassoni l’esigenza di un affrancamento sia dal processo penale che dal carcere ha condotto all’individuazione di strumenti operativi di affronto delle tematiche criminali improntato al principio di minor offensività, ispirato a criteri di praticità e di riduzione dei costi.


 

 

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