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Cronaca

MEETING/ Può la "giustizia" degli uomini imitare quella di Dio?

Giustizia umana, legalità, giustizia divina: temi fondamentali per capire il senso della pena. Ne parla GIOVANNI M. PAVARIN, presidente del Tribunale di sorveglianza di Venezia, al Meeting di Rimini

giustizia_semaforoR375.jpg(Foto)

Il titolo del tema sul quale siamo oggi chiamati a riflettere, prima di interrogarsi sul ruolo del non-profit, richiama i termini di giustizia e legalità. Giustizia e legalità non corrispondono però ad un concetto unitario, nel senso che i due termini non costituiscono un’endiadi, che è quella figura retorica che esprime con due termini coordinati un unico concetto.

Giustizia e legalità sono, invece, termini assolutamente distinti. Legalità significa rispetto delle leggi che il cittadino è tenuto ad osservare, e poco importa se a loro volta queste leggi siano il frutto di una decisione democratica oppure discendano da scelte imposte dal dittatore di turno. Il termine giustizia evoca, invece, un concetto più ampio, più alto, che può coincidere, come anche non, con la lettera e con lo spirito delle singole leggi che il cittadino è comunque tenuto a rispettare.

Ognuno può dunque avere un suo concetto di “giustizia”, che lo può portare a considerare giusta o ingiusta questa o quella norma, questa o quella legge, a seconda dei propri orientamenti culturali, morali, filosofici, religiosi, ecc.

In ogni sistema democratico ad ogni cittadino che ravvisi un contrasto tra ciò che è legale è ciò che è giusto è dato il potere di provocare le modificazioni delle norme che egli reputa ingiuste, oppure l'introduzione di quelle che egli reputa mancanti, con tutti gli strumenti che la legge gli mette a disposizione (es.: la partecipazione alla vita politica ed amministrativa, il referendum popolare, la denuncia di incostituzionalità di una norma che deve essere applicata nel corso di un processo civile o penale, ecc.).

Quando il cittadino tenta di provocare la modificazione delle norme da lui ritenute ingiuste mediante strumenti non legali, si pone perciò solo al di fuori della legalità, determinando però, se riesce nel suo intento, una rottura della continuità della legalità.

Così chi vince una guerra o una rivoluzione per affermare un ideale astratto di giustizia lo fa sì per vie illegali, ma è subito dopo in grado di attribuire il crisma della legalità a ciò che un attimo prima non lo era: di qui l'affermazione di molti filosofi, secondo cui il diritto in buona sostanza è soltanto forza, nel senso che chi ha più forza è in grado di stabilire cosa sia legale e cosa non.

Tuttavia ogni sistema giuridico positivo, per il solo fatto di essere legale, pretende anche di essere giusto. Non a caso l'art. 101 della Costituzione prevede ad esempio che “la giustizia è amministrata in nome del popolo”.

Se quello che ho premesso è vero, nell'art. 101 Cost. dovremo, allora, più realisticamente leggere che è la legalità, e non la giustizia, ad essere amministrata in nome del popolo.

Per quanto riguarda, in particolare, l'ambito della giustizia penale, che è quello che si occupa della repressione di quei comportamenti considerati a tal punto gravi da essere ritenuti meritevoli della sanzione criminale, il discorso sostanzialmente non cambia.

In questo settore, però, è più evidente l'atteggiamento del legislatore inteso a considerare come giuste la maggior parte delle norme incriminatrici, almeno quelle che riguardano i delitti cosiddetti naturali come l'omicidio, la rapina, il sequestro, la violenza sessuale, ecc., vale a dire quei comportamenti normalmente non tollerati in quasi tutte le società di quasi tutte le epoche della storia.

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COMMENTI
22/08/2010 - Ringraziamenti (Michele Donnanno)

Bellissimo. Grazie.