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Cronaca

MEETING/ Può la "giustizia" degli uomini imitare quella di Dio?

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Se però ripensiamo al racconto di Adamo ed Eva all'origine dell’umanità ed alla pena che ne è conseguita, o al fratricidio di Caino, o al peccato di Davide, che fa uccidere in guerra Uria l’Hittita per prendersi sua moglie Betsabea, e che viene punito da Dio con la morte del figlio concepito con lei (salvo poi avere da lei un secondo figlio, che era Salomone), e se allunghiamo la lettura anche al Nuovo Testamento, dove troviamo la parabola del figliol prodigo, che rifiuta di vivere con il padre e se ne va, ne possiamo trarre le quattro indicazioni che il cardinal Martini - in un suo breve saggio sulla giustizia (Mondadori, 1999) - ha definito i quattro momenti dinamici della pena nella concezione divina:

1. nella colpa c'è già la pena. I peccatori della Bibbia prendono gradualmente coscienza che, commettendo una certa mancanza, si sono autocondannati a vivere al di fuori della famiglia di Dio, a vivere da stranieri. Nella colpa c'è insita una sconfitta, un fallimento, e dunque sofferenza ed umiliazione;

2. la colpa trasforma la pena in responsabilità. Ci ha sbagliato dovrà assumersi, come pena, responsabilità più gravi e onerose per riguadagnarsi la vita: faticare alla ricerca del pane, adattarsi alla vita di servo, ecc.;

3. la pena non cancella la dignità dell'uomo, non lo priva dei suoi diritti fondamentali (rispetto, nutrimento, istruzione, famiglia, libertà, solidarietà). Nessuno viene sradicato per essere rinchiuso in un luogo irreale e snaturato (come può a certi effetti essere considerato il nostro carcere moderno). Avendo però negato la paternità di Dio e infranto i rapporti pacifici con il prossimo e con se stesso, il colpevole dovrà percorrere un duro cammino di ritorno verso la felice realtà di partenza, il recupero della propria dignità, il rientro nella comunità. Tale cammino di conversione è la vera e unica pena richiesta da Dio per ridonare ai peccatori la remissione della colpa;

4. Dio non fissa il colpevole nella colpa identificandolo in essa.

 

L'unico e vero giudice dell'uomo è Dio, che trasmette a tutti i colpevoli anche la speranza in un futuro migliore, mira alla riabilitazione completa, chiede loro di non ripetere il passato errore e di risarcire il male compiuto con gesti positivi di giustizia e di bontà. A tutti poi offre sempre l'aiuto necessario per vivere da uomini giustificati.

Questi quattro momenti dinamici della pena assumono il loro senso definitivo nella passione di Gesù, che si fa carico di tutto il male del mondo morendo per tutti.

 

La pedagogia biblica del superamento del peccato e della riabilitazione del peccatore si evolve con l'evolversi della cultura e della mentalità del popolo di Dio, purificandola e perfezionandola. La definitiva volontà del Padre, il suo progetto, è il perdono e la salvezza per tutti in Gesù Cristo. Nella lettera ai Romani (3, 21-26) S. Paolo spiega che è per questa via che i due attributi di Dio, apparentemente antitetici, cioè la giustizia e la misericordia, si saldano: se Dio avesse semplicemente ignorato il peccato, non sarebbe stato giusto. Però, riversando la sua giusta ira sull’umanità, non sarebbe stato misericordioso. Così, quando ha mandato Gesù per essere punito al posto nostro, ha rispettato la Giustizia e, al tempo stesso, ha esercitato tutta la sua misericordia, riservandoci una via di uscita dalla condanna eterna.

 

Se l'unica e vera pena che Dio pretende dall'uomo è il cammino di conversione, possiamo definire la giustizia di Dio come una giustizia dinamica” che si contrappone alla tendenziale staticità delle risposte date dalla giustizia umana.

 

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COMMENTI
22/08/2010 - Ringraziamenti (Michele Donnanno)

Bellissimo. Grazie.