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MEETING/ Può la "giustizia" degli uomini imitare quella di Dio?

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La giustizia di Dio è quella che si diverte a pagare l'operaio che ha lavorato nella vigna solo per un'ora allo stesso modo di quello che è rimasto otto ore sotto il sole; è la giustizia che salva l'adultera che tutti vorrebbero linciare; è quella che si traveste da ultimo (affamato, assetato, prigioniero, nudo, ecc.), per controllare come l'uomo si comporta verso il suo simile in difficoltà; la giustizia divina è quella che paga il centuplo di quello che secondo gli uomini sarebbe giusto: quindi è una giustizia completamente “sparametrata” rispetto alle categorie umane: l’unico suo metro valutativo è rapportabile all'amore di Dio, parametro insondabile per la mente umana. Ciò nonostante, la giustizia umana rappresenta pur sempre un ideale nobile cui ogni persona, a prescindere dalla fede professata, deve tendere.

 

La giustizia umana, anche nel più efficiente degli ordinamenti giuridici statali, è però per sua natura fallace ed imperfetta. Ciò può dipendere da vari fattori: 1) dall'ingiustizia intrinseca delle leggi: è sufficiente pensare che, come ho sopra ricordato, ogni norma giuridica è l'espressione del più forte; 2) oppure dal carattere farraginoso e complesso della legislazione, che ne rende l'applicazione irta di difficoltà; 3) dalla difficoltà di ottenere in pratica la realizzazione di un proprio diritto, come ad esempio avviene per carenza delle prove disponibili (si dice che davanti ad un giudice non avere un diritto oppure averlo, ma non riuscire a dimostrarlo, è la medesima cosa).

 

È noto a tutti, inoltre, lo stato lacrimevole in cui versa l'amministrazione della giustizia nel nostro paese a causa dell’ineffettività della tutela giurisdizionale dei diritti, della lunghezza “biblica” dei processi, dell'uso distorto di certi istituti processuali, dell'incertezza e dell'inefficacia delle pene (quali comprovate dall'altissimo tasso di recidiva, il quale dipende dalla mancanza di trattamento volto all’innesto di un processo di revisione critica), dallo stato di grave disfunzione organizzativa e di arretratezza tecnologica di molti uffici giudiziari, dai cattivi esempi offerti da uomini rappresentativi della giustizia e dello Stato in generale: questi fattori, unitamente ad un decadimento dell'etica pubblica e dello spirito di servizio, nonché ad una campagna interessata volta a screditare e delegittimare la giustizia, hanno fatto precipitare la giustizia a livelli assai scarsi quanto a prestigio e credibilità delle proprie istituzioni.

 

Resta pur sempre, per chi si occupa dell’esecuzione della pena, l’entusiasmo di essere chiamato ad occuparsi della realizzazione della grande idea, che oggi troviamo scolpita nel 3° comma dell'art. 27 della Costituzione, che è quella secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato.

La pena, cioè, deve in sé contenere un messaggio di speranza, deve essere uno stimolo al cambiamento, deve contenere delle proposte, deve essere portatrice di un invito. Deve avere in sé gli stimoli per accompagnare il soggetto da una situazione ad un'altra situazione.

Questo concetto, oltre che ad essere in linea con l'idea della centralità della persona umana sposata dalla nostra Costituzione ed alle correnti ideali di pensiero che hanno tutte insieme contribuito alla scrittura del suo testo, che molti paesi ci invidiamo ma che noi riteniamo di oggi aggiornare, a che serve?

 

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COMMENTI
22/08/2010 - Ringraziamenti (Michele Donnanno)

Bellissimo. Grazie.