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Cronaca

MEETING/ Stefano Alberto: il cuore è infallibile

«Negare la possibilità che la vita sia impeto verso un compimento oltre se stessi, pone radicalmente in crisi la nozione di natura umana». Un estratto della lezione di don STEFANO ALBERTO sul tema del Meeting, "Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore"

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Presentiamo di seguito un estratto della lezione di don Stefano Alberto dedicata al tema del Meeting, «Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore».

 

1. “Siate realisti, domandate l’impossibile”

(…) “..Io non sono folle - dice il Caligola di Camus nel suo dialogo col fido Elicone - e non sono mai stato così ragionevole come ora, semplicemente mi sono sentito all’improvviso un bisogno d’impossibile. Le cose così come sono non mi sembrano soddisfacenti….Ora so. Questo mondo così come è fatto non è sopportabile. Ho dunque bisogno della luna, o della felicità, o dell’immortalità, insomma di qualche cosa che sia forse insensato, ma che non sia di questo mondo”. Camus stesso riprende l’apparente paradosso nell’affermazione, cara al ’68 francese: “Soyez réalistes, demandez l’impossible”. Di quale realismo stiamo parlando? Non è piuttosto un’utopia, addirittura una pazzia?

Ecco la risposta di Giussani, proprio nel commento al passo appena citato di “Caligola”: “Non è realistico che l’uomo viva senza agognare l’impossibile, senza questa apertura all’impossibile, senza nesso con l’oltre: qualsiasi confine raggiunga”. In questo senso “l’impossibile” indica l’infinito e l’insoddisfazione insaziabile di Caligola esprime la tensione a questo infinito.

2. “Misterio eterno dell’esser nostro”

 

Tale insaziabilità, l’inesauribilità dei desideri e delle domande ultime dell’uomo esaltano la contraddizione fra l’impeto delle esigenze e il limite della misura umana nella ricerca. E’ la drammatica consapevolezza espressa da Giacomo Leopardi in uno dei suoi Pensieri: “Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, della terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana”. Il sentimento di questa sproporzione è per Leopardi il contenuto di quella che egli chiama ‘la sublimità del sentire’.

“La circostanza - nota Giussani - crea l’input, dà l’input per il grande sentimento, la stessa circostanza porta l’impossibilità a proseguirlo per la delusione che incute. Questa è la situazione che interessa Leopardi, che lui ha colto in se stesso”.

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