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Cronaca

MEETING/ Stefano Alberto: il cuore è infallibile

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3. L’impossibilità moderna: “Non avanzeremo di un passo di là da noi stessi”

 

Nel dramma di questo contrasto insanabile tra l’aspirazione ideale, la grandezza del proprio desiderio e la contraddittorietà delle realizzazioni storiche, l’uomo tende a cedere, per stanchezza e fragilità, per l’impazienza dell’attesa di una risposta compiuta o per la presunzione di essere lui stesso a darsela. Perché non riconosco la possibilità della risposta, tendo a ridurre o a svuotare di senso le domande ultime costitutive del mio umano. Dapprima è una disarticolazione tra la vita e suo Destino, poi una separazione, infine una disperata negazione. La “saggezza” sta nel rimanere entro la propria misura: il non andare oltre se stessi diventa condizione necessaria per vivere.

L’uomo che si rinchiude nei propri limiti finisce, orgoglioso o disperato, a coltivare questa illusione di autonomia, questa pretesa di autosufficienza in cui nulla è più veramente atteso: “Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno in cui nulla accadrà…La lentezza dell’ora è spietata, per chi non aspetta più nulla” (C. Pavese, Lo steddazzu 1936).

 

È chiaro che negare la possibilità che la vita sia movimento, impeto verso un compimento oltre se stessi, pone radicalmente in crisi la nozione di natura umana. La separazione tra Destino e vita, alla base del dualismo conoscitivo su cui tanto si è soffermato in questi ultimi tempi Julián Carrón  (separazione tra sapere e credere) si riverbera nella crisi stessa del concetto di natura umana. Robert Spaemann ha evidenziato la “situazione di stallo” attuale a cui porta il dualismo di ermeneutica e scientismo rispetto alla questione di cos’è l’uomo.

 

Il filosofo tedesco individua due estremi possibili, l’uno nella posizione di Sartre, l’altro in quella del biologo molecolare Dawkins. Da un lato, Sartre concepisce l’uomo come assoluta libertà priva di essenza e di essere: non c’è più natura come dato originale, essa è il prodotto, per così dire dello sguardo dell’uomo su di sé, senza possibilità di legami, anzi ribellione allo sguardo dell’altro (“l’inferno sono gli altri”).

All’altro estremo l’uomo è ridotto deterministicamente ai suoi antecedenti biologici e genetici e considerato solo come urgenza di conservare e diffondere i suoi geni egoisti. “Sto considerando - scrive Dawkins - una madre come una macchina programmata a fare qualcosa in suo potere per propagare copie dei geni che porta dentro di sé”, giacché “noi siamo macchine da sopravvivenza - robot semoventi programmati ciecamente per preservare quelle molecole egoiste nate sotto il nome di geni”.

 

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