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REAZIONI/ 2. Giannino: io l'ho capito dal sacrificio di chi ha dato del tu anche a me

Oscar Giannino (Foto Imagoeconomica) Oscar Giannino (Foto Imagoeconomica)

Ma ecco che a quel punto alla moderna economica si è posto l’esatto equivalente dei primi due termini di cui si occupa don Stefano: il cuore e il desiderio. La domanda centrale è diventata: quanto il variare delle preferenze dipende da Nature, e quanto da Nurture? Quanto cioè si spiega con l’innatismo e con l’eredità genetica dei nostri caratteri, e quanto invece avviene per via dell’interazione con il nostro ambiente familiare e sociale e politico, con l’istruzione e l’esperienza?

 

Per decenni, all’inizio del Novecento, la questione ha riguardato prima l’antropologia culturale, per poi estendersi alla biologia evolutiva, alla psicologia comportamentale, e infine, nell’ultimo trentennio, col progresso delle neuroscienze, ha investito direttamente l’economia con la nascita di una vera e propria specializzazione, la neuroeconomia che applica le moderne tecniche di rilevazione neurocelebrali alla comprensione dei meccanismi che ci inducono alla scelta, e dunque alla preferenza.

 

Per quanto possa sembrare singolare a molti non addetti ai lavori, anche in campo economico siamo così finiti nel pieno di un dibattito per molti versi simili a quello, diuturno, aperto da due secoli in biologia tra creazionisti ed evoluzionisti.

 

Non manca chi, per prevalenza del sistema limbico e dell’amigdala sulla corteccia frontale e prefrontale in molte scelte economiche degli individui apparentemente spacciate come razionali, deduce che in realtà a onta di ogni convinzione diversa siamo ancora ciò che per centinaia di migliaia di anni siamo stati, e cioè esseri nella cui struttura di preferenza continuano a manifestarsi comportamenti di individui specializzati per genere, maschi-cacciatori e femmine-raccoglitrici, su terreni vasti e di assicurarsi in lotta il predominio.

 

Altri sostengono - io sono tra questi - che l’evidenza neurobiologica di questo determinismo genetico non l’abbiamo affatto, e dunque ritengono l’accelerazione verticale verificatasi dall’introduzione delle tecniche agricole a quelle industriali e postindustriali si debba essenzialmente proprio alla prevalenza nell’uomo del cuore e del desiderio, rispetto all’innatismo genetico. È la natura sostanziale dell’uomo ad andare oltre il determinismo della sua apparente natura stessa. La plasticità delle nostre cellule cerebrali, cioè la loro capacità di accrescere e modificare sinapsi, reazioni e funzioni, si mostra concretamente - nella storia dell’uomo su questo pianeta di cui abbiamo evidenza - in grado di superare ogni “datità” di un’idea di natura determinista.

 

La natura determinista e l’istinto prevalentemente predatorio che all’uomo ne discenderebbe si sono poi sposati, nel terribile Novecento alle nostre spalle, con la sfiducia sistemica che neoplatonici e postfrancofortesi hanno finito per nutrire verso la téchne, industrialmente sfuggita dalle mani dell’uomo per dominarlo e asservirlo, con conseguenze nichiliste di assoluto relativismo di ogni sistema di valori, convinzioni e preferenze non riconducibili alla riproducibilità e al profitto su più vasta scala.

 

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