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TRIVELLAZIONI PETROLIFERE/ Pozzo off-shore della Bp nel mediterraneo: le nostre coste sono a rischio marea nera?

Attivisti di Greenpeace manifestano contro la Bp (Foto: Ansa) Attivisti di Greenpeace manifestano contro la Bp (Foto: Ansa)

 

«Su un tema come questo i Paesi euro-mediterranei devono parlare con una voce sola - sottolinea la Prestigiacomo -. Il Mediterraneo è comunque un'area chiusa, ad alta densità di insediamenti, dove un inquinamento come quello provocato in America dalla Bp si riflette rapidamente sulle coste dei Paesi vicini, se non sull'intero bacino». Il banco di prova – propone quindi il ministro - potrebbe essere «una comune interlocuzione europea con il governo libico anche per avere informazioni più precise sulle trivellazioni previste, ad esempio se si tratta di un giacimento di gas o di greggio nonché sugli standard di sicurezza stabiliti».

 

Ma non sono solo gli accordi di Gheddafi a destare preoccupazione. Ancora più problematiche sono le esplorazioni pianificate proprio in Sicilia, al largo delle Egadi, dalla società internazionale San Leon Energy. Già negli anni '80 la San Leon aveva cercato il petrolio nella zona, trovandone in abbondanza. Con i 10 dollari al barile di allora tutto fu però lasciato in sospeso. Ora però i petrolieri intendono ricominciare a scavare per estrarre il greggio.

 

Scelte sulle quali gli ambientalisti esprimono la più totale contrarietà. «Assurdo: il Mediterraneo non è un mare qualsiasi; pur rappresentando solo l'1% della superficie dei mari del mondo, presenta un concentrato di biodiversità, di ambienti e di paesaggi introvabile altrove». Parola di Fulco Pratesi, presidente onorario del Wwf Italia, che così commenta la notizia delle prossime trivellazioni di Bp nel Golfo della Sirte. «La minaccia che incombe su questo gioiello non solo naturalistico - aggiunge Pratesi -, con la previsione di trivellazioni petrolifere nel Golfo della Sirte a ben 1.700 metri di profondità (superiore a quella del Golfo del Messico), potrebbe rappresentare un colpo gravissimo alle numerosissime specie presenti nel Mediterraneo, molte delle quali uniche al mondo. Ci preoccupa moltissimo - sottolinea il presidente Wwf - la mancanza a oggi di regole e norme, trattati internazionali e convenzioni globali che mettano al riparo questo piccolo e prezioso mare dalle minacce petrolifere che stanno assassinando le coste meridionali degli Usa».

 

E per capire quali siano i rischi reali che corrono le coste italiane, basta guardare la mappa delle piattaforme (petrolifere e gasifere) attualmente attive nei nostri mari. Il Comitato abruzzese per la difesa dei beni comuni ne ha contate ben 115, in gran parte al largo delle coste adriatiche e siciliane. Oltre al numero delle piattaforme, la mappa riporta anche alcune informazioni molto utili come il proprietario dell’impianto di estrazione e la data di messa in funzione. La maggior parte sono dell’Eni e molte superano i 30 anni di età, in alcuni casi risalendo addirittura al 1968. E oltre alle 115 piattaforme attive ne sono state contate altre 54 dismesse.