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GUIDO PASSALACQUA/ Da Rold: il mio ricordo del "decano" di Repubblica

E’ morto all’età di 67 anni Guido Passalacqua, cronista di razza e inviato de La Repubblica, profondo conoscitore del terrorismo – fu gambizzato per i suoi articoli – e dell’evolversi della Lega Nord. Il ricordo di GIANLUIGI DA ROLD

7/05/80 - Passalacqua al Fatebenefratelli di Milano dopo l'attacco delle Br 7/05/80 - Passalacqua al Fatebenefratelli di Milano dopo l'attacco delle Br


E' morto, dopo quattro anni di malattia, Guido Passalacqua, grande inviato de "La Repubblica" nella sede di Milano. Ma è riduttivo ricordare e parlare di Passalacqua come un inviato. Il giornale in cui lavorava, Passalacqua l'ha visto nascere, vi ha fatto i cosiddetti "numeri zero", lo ha visto finalmente in edicola e poi l'ha visto anche crescere e ottenere un grande successo editoriale. Guido era il "decano" di "La Repubblica" nella sede milanese, sin da quando la redazione era in Piazza Cavour, proprio di fronte a quello che ancora a metà degli anni Settanta si chiamava il "palazzo dei giornali".


Passalacqua l'aveva vista formarsi quella redazione, l'aveva diretta e alla fine, per tutti noi colleghi, Guido si identificava con l'edizione milanese di "Repubblica". Bresciano, classe 1943, Guido Passalacqua era di carattere schivo. Sul lavoro era di grande severità a cominciare da se stesso. Ma quello che più colpiva era la sua schiettezza. Un uomo gentile ma fermo, rigoroso e di poche parole. Poi, quando il lavoro era finito, si aggregava volentieri alla "banda di giro" degli inviati e diventava simpaticissimo, riservandosi sempre battute di ironia fulminante.


Come i "giornalisti di razza", Guido sapeva scrivere di tutto e ha probabilmente scritto di tutto e di più. Ma nella sua carriera giornalistica si è distinto nell'analisi di due fenomeni sociali e politici. Alla metà degli anni Settanta, come tutti noi, Passalacqua conviveva con il terrorismo, i gruppi armati, le Br e le varie sigle dell'estremismo sedicente rivoluzionario. Passalacqua non solo ci conviveva, per motivi professionali doveva anche analizzare e scrivere quel fenomeno.


La sua curiosità innata era pignola, a volte esasperata. Ricostruì autentiche mappe della galassia terroristica, cercò di indagare nella "zona grigia" di chi spalleggiava il brigatismo. E questo suo scrupolo professionale lo portò a subire un attentato terrificante. Una mattina di aprile del 1980, due giovani bussarono alla sua porta di casa. Entrarono spintonandolo e scaraventandolo sul letto, quindi gli spararono freddamente alle gambe. Quell'episodio restò un incubo per tutta la sua vita.

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