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IL FATTO/ Morte e nascita di Idil, il miracolo di un fiore tra le macchine

Ha scosso l'opinione pubblica il caso della giovane somala Idil, tenuta in vita artificialmente dai medici per portare a termine la gravidanza della sua bambina. Il commento di LUCA DONINELLI

Neonato_piangeR400_4ott10.jpg (Foto)

Non credo che potranno sorgere polemiche sulla scelta, operata dai medici della clinica S. Anna di Torino, di tenere artificialmente in vita la povera Idil, somala, che un devastante tumore cerebrale ha ridotto alla morte psichica mentre nel suo grembo una piccola vita prendeva forma. E sarebbe sbagliato - anche quando queste polemiche fossero sorte - raccontare, prima di tutto a noi stessi, questo avvenimento con le parole dello scontro, della contrapposizione tra questa e quella linea di principio.

Invece non bisogna essere astratti, bisogna accogliere questa novità: che anche tra i macchinari che tengono artificialmente in vita una persona può nascere un fiore di tenerezza insperato. La piccola Idil, che porterà per sempre - e non importa quanto durerà il suo “sempre”, è sempre e basta - il nome della sua sfortunata mamma, ha preso consistenza nella tragedia, e adesso è tra noi, e nonostante pesi solo 750 grammi forse ce la farà.

Intorno a questo fatto c’è, poi, tutto un romanzo familiare, perché parte della famiglia di Idil vive in Somalia in condizioni difficili, e il figlio maggiore della povera donna, che ha nove anni, per consuetudine religiosa (la famiglia è islamica) dovrebbe venire a rendere omaggio alla mamma, che presumibilmente tra poco sarà morta. Ma il bambino è per i suoi fratelli come “la luce degli occhi”, e non può muoversi.

Ma il padre della bambina ha imparato in fretta a capire quello che conta davvero, e ai giornalisti ha detto queste parole straordinarie: “Cosa dirò a mia figlia quando sarà grande? Che è un miracolo vivente”.

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