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J’ACCUSE/ Binetti: da Firenze parte il "golpe" dei radicali sul testamento biologico

La sentenza arrivata mercoledì da Firenze, spiega PAOLA BINETTI, è un fatto grave che merita una risposta da parte del Parlamento in tema di fine vita

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La sentenza emessa dal magistrato di Firenze in tema di testamento biologico ha creato un ulteriore livello di confusione e di tensione rispetto all’etica di fine vita. Sembra che magistrati e politici si trovino, gli uni e gli altri, dalla parte sbagliata, chi per eccesso di iniziativa, chi per deficit di iniziativa.

Se ai politici tocca fare le leggi, ai magistrati tocca invece applicarle e giudicare del loro grado di coerenza interna, anche in funzione sociale. Il magistrato di Firenze, interpellato dall’avvocato Santoni, si è assunto un ruolo che istituzionalmente non era di sua competenza; mentre la classe politica si è limitata a criticare l’intervento del magistrato, senza sforzarsi di assumere le proprie responsabilità in un modo più concreto. Una classe politica che da mesi è assente su questo tema, da quando è tornata dalla pausa estiva, come se il tema del fine vita fosse qualcosa che in un certo senso scotta e potrebbe bruciare che vi si avvicina.

Di fatto magistratura e classe politica, in questi lunghi mesi, almeno fino all’altro giorno sono state solidalmente in silenzio. Un fatto che non manca di stupire dopo l’intensità e la drammaticità del confronto durissimo che aveva avuto luogo nei mesi precedenti. Alla Camera, dopo che la commissione XII aveva terminato il suo iter, lungo e faticoso, di discussione e di approvazione, il disegno di legge sembrava essere entrato in una fase di pericolosa sonnolenza, una sorta di terreno minato in cui nessuno voleva avventurarsi seriamente. Finché l’intervento dell’Unione di Centro non lo ha stanato in occasione della prima riunione dei capigruppo del 2011, ottenendo che fosse calendarizzato e posto in discussione per l’inizio di aprile.

È bastata la prima mossa del Parlamento per ottenere un’immediata, e tutt’altro che casuale, risposta da parte della Magistratura. Essa, infatti, si è immediatamente destata e puntualmente è uscita con la nuova sentenza. Una sorta di campanello d’allarme, una chiamata reciproca alla responsabilità che individua il nuovo modo di svolgere il loro ruolo.

Se una certa parte della magistratura critica nella legge la possibilità di scivolare nell’accanimento terapeutico con la sua intrinseca contraddizione, quasi un ossimoro verrebbe voglia di dire, c’è anche una parte della classe politica che rimprovera alla magistratura una sorta di accanimento bio-giuridico, che spinge i magistrati a intervenire in tempi e luoghi che non sono di loro competenza. Sembra, infatti, che alcuni magistrati siano fin troppo concentrati sull’idea di morte, come se solo nella morte la libertà dell’uomo esprimesse al meglio le sue potenzialità.