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J’ACCUSE/ Binetti: da Firenze parte il "golpe" dei radicali sul testamento biologico

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Il nuovo slogan della modernità potrebbe essere nella loro filosofia questo: liberi di morire, scegliendo per sé tempi e modi, da applicare rigorosamente nel momento in cui non si sarà più capaci di intendere e di volere. Questo certificato di morte, stilato quando si è ancora vivi, sta diventando il punto di confronto dialettico su cui il mondo politico esprime il suo più alto livello di divergenza e di conflittualità. Anche le argomentazioni più sofisticate di filosofi, giuristi, medici e politici, economisti e sociologi, a un certo punto si scontrano su di una linea di frattura che separa i sostenitori di una libertà individuale assoluta, in cui tutto è possibile, e i sostenitori della consapevolezza del limite, i grandi cultori del valore della solidarietà e della relazione di aiuto.

 

La sentenza emessa mercoledì da un magistrato di Firenze si colloca sul primo fronte, quello di un individualismo totalmente auto-referenziale, in cui un non-paziente può immaginare uno scenario drammatico in cui è totalmente incapace di intendere e di volere. A tal punto dipendente dalla volontà di un altro, da sentire l’improrogabile desiderio di consumare tutte le sue energie fisiche e morali in un unico gesto di ribellione davanti al suo stato. Una ribellione che si traduce nel rifiuto assoluto, totale, di ogni forma di cura e di sostegno vitale. È il nuovo diritto individuale che sta emergendo nel dibattito di questi giorni: non più il diritto a essere curato, ma il diritto a non essere curato. Non più il rischio di omissione di cure, ma il rischio di accanimento terapeutico. Una vera e propria rivoluzione copernicana, che sta modificando il paradigma della medicina moderna.

 

Il magistrato di Firenze, sollecitato a intervenire nel caso di un soggetto sano di 70 anni che intendeva rifiutare a priori ogni sorta di terapia nel caso fosse diventato incapace di autogestirsi , ha accettato questa sua richiesta ben sapendo che l’esito naturale di un tale rifiuto non è altro che la morte, una morte lucidamente annunciata. Non a caso molte persone, leggendo questa sentenza, vi hanno visto l’emblema di un’eutanasia omissiva perfetta. È un periodo ipotetico chiaro e lineare: se accade questo fatto, allora io fin da ora decido che…

 

Per il magistrato che ha emesso questa sentenza, accogliendo in toto la richiesta dell’avvocato, una tal decisione dallo spiccato carattere di irreversibilità, consente il rifiuto di qualsiasi terapia, perché a suo avviso non c’è differenza tra terapie ordinarie e terapie straordinarie, tra una normale forma di nutrizione e di alimentazione e i supporti tecnologici che, ad esempio, consentono di respirare. Tutto è messo sulla stessa linea di partenza e tutto può essere rifiutato, o per lo meno accantonato in attesa di tempi migliori, che forse non arriveranno mai.

 

Perché si possano seguire gli orientamenti dettati da un paziente, così come prevede la convenzione di Oviedo, è necessario che ragione e volontà siano entrambe consapevolmente impegnate e la persona possa emettere un giudizio e formulare una decisione in piena coscienza. Ma nel momento in cui questo orientamento si deve tradurre in atti concreti accade una cosa del tutto particolare. Le due potenze, intelligenza e volontà, si trovano all’estremità di uno stesso e unico processo: da un lato c’è un minimo - tendente a zero - di capacità di intendere e dall’altro c’è un massimo di capacità decisionale, che - attraverso l’intervento del fiduciario - può bruciare in un solo attimo, in quell’ultima decisione, tutta la ricchezza e le potenzialità dell’uomo. È come se in un attimo si giocasse tutta la sua libertà, per smettere alla fine di essere libero. Tutta la ideologizzazione del principio di autodeterminazione ha proprio in questo il suo tallone d’Achille, che si consuma definitivamente nel momento in cui esprime questa sua volontà estrema di morte.



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