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J’ACCUSE/ Binetti: da Firenze parte il "golpe" dei radicali sul testamento biologico

Pubblicazione:venerdì 14 gennaio 2011

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L’applicazione dei desideri espressi dal paziente cambia totalmente di prospettiva se accetta di uscire dal suo egocentrismo per aprirsi alla relazione di aiuto, per lasciare che altri si facciano carico di lui per un tempo misterioso, che a nessuno è dato di accorciare. Occorre riscrivere il piano delle proprie priorità, per mettere al primo posto la relazione con gli altri, la disponibilità a dare e ricevere aiuto, ad apprezzare la propria autonomia come uno dei valori principali, ma non il più importante e nemmeno il determinante assoluto delle proprie scelte e delle proprie decisioni.

 

Basta pensare ai limiti che intenzionalmente il legislatore pone alla libertà dell’uomo e alla sua autonomia per difendere la sua vita e la sua salute: sport, trasporti, lavoro, igiene degli alimenti, sono tutti ambiti costellati da vincoli più o meno grandi, con l’unico scopo di non esporre la vita dell’uomo a rischi innecessari che possono essere facilmente previsti. Eppure tutta l’enfasi retorica con cui il testamento biologico viene presentato ai potenziali sottoscrittori si gioca su questa mitizzazione di un grado e di un livello di libertà di cui l’uomo non ha mai potuto godere nella sua vita, per la semplice ragione che l’avrebbero compromessa.

 

Non a caso in questa ideologia della morte che accompagna il battage pubblicitario di un modello di testamento biologico che consente in modo più o meno evidente l’alternativa eutanasica, la libertà sembra giocare in modo eccellente il ruolo accattivante e seduttivo di chi cerca di convincere l’altro ad accettare la morte, a non attendere che venga da sola, ad anticiparla, mostrando di non temerla, sollecitandolo a essere coraggioso, a tal punto libero da essere lui a dettare alla morte la sua agenda.

È la grande illusione che si cerca di trasmettere agli anziani, ai malati, ai disabili, ma in fondo anche a ognuno di noi per spingere ad andare incontro alla morte non appena si diventa un peso per gli altri e per la comunità. La relazione di cura ha un costo sempre più difficilmente sostenibile sul piano economico e sul piano affettivo e psicologico, soprattutto in tempi di crisi di valori. Mentre la morte si consuma nell’attimo in cui arriva e i suoi costi restano circoscritti a quel puro momento. È necessaria una grande opera di maquillage per rendere accettabile la morte e una grande opera di persuasione per spingere l’uomo a reclamare davanti all’ipotesi della sua morte quel grado di libertà che comunque da vivo non ha mai respirato.

 

L’Avvocato Sibilla Santoni ha provato a svolgere questo ruolo di mentore della morte per un suo cliente di 70 anni, perfettamente sano e, almeno apparentemente, perfettamente capace di intendere e volere. Il cliente è anche suo padre e il fiduciario del suddetto cliente è sua madre: una cosa totalmente giocata in famiglia. Il papà dice alla figlia avvocato che nel caso in cui venga a trovarsi in gravi difficoltà desidera che sua moglie, madre dell’avvocato, venga autorizzata a “staccare” la spina. Una cosa tutta giocata in famiglia per dimostrare una tesi e fare della libertà individuale il primo tra i diritti.

 

L’avvocato Santoni, con grande solerzia ha presentato reclamo alla Corte d’Appello di Firenze contro il provvedimento di diniego del Giudice tutelare di Firenze sul testamento biologico. In precedenza si era già rivolta anche al Tribunale di Pistoia, per fare una valutazione più articolata dei diversi orientamenti dei tribunali toscani. È interessante notare come non si sia affatto fermata davanti ai no della magistratura e abbia continuato a reiterare le sue richieste fino a che non ha trovato un magistrato compiacente. A questo punto si è fermata e omettendo di informare la pubblica opinione dei no precedentemente ricevuti, si è subito concentrata sull’ultimo sì.


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