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J’ACCUSE/ Binetti: da Firenze parte il "golpe" dei radicali sul testamento biologico

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La verità è che l’attuale disegno di legge sul cosiddetto testamento biologico non piace a coloro che immaginavano ben altro esito per questa battaglia che ha avuto spesso toni aspri e severi. Gli avversari dell’attuale disegno di legge, che dovrebbe essere ammesso alla discussione generale ai primi di febbraio, pressoché in concomitanza con l’anniversario della morte di Eluana Englaro, sono già da tempo sul piede di guerra per cercare di smantellarla punto per punto. Questa legge non piace loro perché è troppo garantista nella tutela della vita e troppo poco della libertà umana. La loro speranza è che si crei una miriade di ricorsi disseminati lungo tutto il Paese, in modo da forzare la mano al governo e al Parlamento per porli davanti ad un aut aut. O si fa una legge a loro piacimento (penso ai radicali, di destra e di sinistra), in cui tutto è concesso, per permettere tutto a tutti, oppure meglio conservare lo staus quo, in cui non c’è nessuna legge, per cui resta salva sia l’egemonia della magistratura che lo stile abituale del far-da-sé tipico di alcune fasce di italiani.

 

Ma per entrare nel merito di ciò che è stato concesso con questa sentenza occorre definire prima alcuni termini della questione. Il giudice Stanzani definisce come «non ordinarie» le terapie che solo determinati specialisti possono attuare, con «mezzi messi a punto dalla tecnologia solo da alcuni lustri». Cure d’urgenza che si applicano per strappare alla morte, ma che, per il giudice, «forzano le regole dell’autodeterminazione, se è espressa una volontà contraria, e impediscono la fisiologica evoluzione di percorsi biologici».

 

Il decreto accoglie la volontà di chi non intende essere mai sottoposto a tecniche di ventilazione, idratazione e alimentazione forzate e artificiali e a beneficiare della terapia del dolore che preveda l’uso di farmaci oppiacei. Il decreto inoltre specifica la differenza che c’è tra rifiuto delle terapie salvavita ed eutanasia. Il rifiuto delle terapia si caratterizza «per il rispetto del normale percorso biologico sotto il profilo di non interferenza con il suo corso ovvero di suo ripristino, se forzatamente rallentato; nulla a che vedere, dunque, con l’eutanasia, la cui essenza consiste nell’indotta accelerazione del processo di morte».

 

Le reazioni alla sentenza di Firenze non si sono fatte attendere, soprattutto da Pdl e Udc. Entrambi gli schieramenti sono potenzialmente a favore di una legge il più vicina possibile al modello Calabrò, uscito dal Senato nei mesi precedenti, senza trascurare alcuni importanti elementi migliorativi che riguardano l’inclusione dei familiari nel progetto di dibattito politico e un’ulteriore precisazione sulle differenze che ci sono tra un paziente in stato vegetativo e un paziente in stato terminale.

 

Il terzo anno di questa legislatura potrebbe iniziare proprio con la ferma determinazione a concludere positivamente l’iter della legge sul Testamento biologico, e rispondere con i fatti alla fantasia creativa di quei magistrati che si muovono fin troppo velocemente con una ideologia in cui il culto di una libertà assoluta fa velo alla garanzia della vita dei pazienti.



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