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Cronaca

IL CASO/ Quei bambini lasciati morire per colpa delle "opinioni"

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Il prof de Curtis scrive: “Alcuni ritengono che in caso di aborto il feto vitale vada sempre rianimato, anche contro il volere della madre, perché si può presumere lo stato di abbandono giuridico da parte della madre”. Crediamo che il bambino prematuramente nato in seguito a un aborto debba essere sempre assistito e curato (anche se la madre o il padre non vogliono), perché non può essere un genitore a decidere se far vivere o morire il figlio con cui ha evidentemente un conflitto di interesse. Sono ben finiti, ci risulta, i tempi del diritto di vita e di morte dei genitori sui figli.

 

Ma va anche fatto notare che se il feto è vitale e può essere rianimato è segno lampante che l’aborto per la legge non doveva farsi, in base all’articolo 7 della legge 194 che richiede che solo in caso di rischio per la vita (non per la salute!) della donna si superi il termine per abortire segnato elasticamente dal momento dello sviluppo corporeo in cui il feto è rianimabile. Sarebbe bene che qualcuno traesse le conseguenze!

 

Le linee guida della regione Lombardia ci sembrano assolutamente accettabili, perché non sono state fatte dai politici, ma dai medici; e non lasciano spazio al “secondo me”. Perché in medicina il “secondo me” non deve esserci. Non può esserci sulla scelta di curare o non curare; non può esserci sul tipo di malformazione fetale che darebbe o non darebbe seri danni alla madre e in base alla quale si abortisce; non può esserci sul verificare o non verificare con l’autopsia se la diagnosi prenatale era stata fatta correttamente. Tutto questo le linee guida lombarde lo garantiscono.

 

Ma siamo ancora a discutere su “come e chi lasciar morire”, mentre le donne vorrebbero far vivere: la politica lo tenga ben presente.

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