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IL CASO/ Da Firenze a Varese, prove generali di eutanasia?

Pubblicazione:lunedì 24 gennaio 2011

Foto: Imagoeconomica Foto: Imagoeconomica

Si è davvero formato un nuovo trend giurisprudenziale, rappresentato in particolare dalle recenti sentenze di Firenze e Varese, che in tema di testamento biologico consentirebbe di utilizzare strumenti pensati per la tutela degli incapaci, quali l’amministrazione di sostegno, al fine di dare forza giuridica alle dichiarazioni anticipate di trattamento, tema sul quale il Parlamento sta legiferando? Lo abbiamo chiesto al prof. Alberto Gambino, ordinario di diritto privato e direttore del dipartimento di scienze umane dell’Università Europea di Roma.

 

Professore, qual è il suo giudizio sulla sentenza di Firenze, che accoglie l’utilizzo della figura dell’amministratore di sostegno per raccogliere le dichiarazioni di fine vita?

E’ un giudizio critico: è pacifico tra i giuristi più avveduti che, essendo l’istituto dell’amministrazione di sostegno una misura di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia, con la quale si provvede alla loro cura e all’amministrazione del loro patrimonio, essa non possa essere utilizzata per scelte di abbandono delle cure. E’ una contraddizione in termini: l’amministratore di sostegno non ha tra i suoi poteri quello di gestire prerogative assolutamente personali quali la libertà di rifiutare una cura.

 

Anche la recente decisione del giudice di Varese, segue però lo stesso orientamento, nel caso ipotizzando la designazione di un amministratore di sostegno che entrerà in azione solo il giorno in cui il cittadino che lo ha indicato non fosse più pienamente capace di intendere e di volere.

La figura dell’amministratore di sostegno per così dire a futura memoria è legittima, ma non se ne occupano i giudici, essendo una facoltà del cittadino che può designarlo con atto pubblico o scrittura autenticata. In ogni caso tra i poteri del futuro amministratore di sostegno non potrà esserci, come si è spiegato, quello di impedire la cura del suo assistito. Non si può, in altri termini, come intendono fare le sentenze citate, trasformare l’amministratore designato in un fiduciario, il cui compito non sarebbe più la cura e, appunto, il sostegno all’assistito, ma l’attuazione delle sue volontà di fine vita.

 

Situazione che invece necessiterebbe di una legge…


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