Cronaca
martedì 11 ottobre 2011
E’ un lutto di massa quello cui assistiamo a livello globale per Steve Jobs. Un contagio emotivo di straordinaria potenza, un affetto pervasivo dentro cui il singolo soggetto rischia di scivolare incrementando a sua volta e nello stesso tempo l’intensità generale del fenomeno, contribuendo ad amplificarlo. Verso una mestizia collettiva e globale tanto intensa quanto poco ragionevole.
Ci sono scuole in cui è stato chiesto di far lezione con la foto di Jobs sullo schermo dei computer, Facebook è praticamente monopolizzato dall’argomento e anche insospettabili tecnodiffidenti duri e puri si stanno trasformando in convertiti dell’ultima ora. Un altro indicatore importante: St. Croix, il fornitore dei suoi famosi maglioncini neri a collo alto, ha dichiarato un’impennata delle vendite dell’articolo dal momento della dichiarazione della morte del suo grande utilizzatore. Il bisogno di vestirsi come lui ha infatti incrementato le vendite del 100%.
C’è qualcosa di troppo e probabilmente non finirà qui.
Il fattore in gioco per molti è proprio la delusione per la caduta dell’ideale. L’uomo della mela morsicata è stato infatti da anni assunto nel cielo dell’ideale: trasformato in pura icona, quando non la era affatto. Era invece un lavoratore, ossia un uomo capace di trasformare la realtà. Ma, in quanto icona, Steve questa morte non avrebbe proprio dovuto rifilarcela, da lui non ce l’aspettavamo, ci ha fatto quasi un torto personale andandosene. La delusione di fronte alla sua scomparsa viene poi scambiata per tristezza del cuore, tanto che possiamo essere colti quasi da uno sgomento oceanico e contagioso per questa fine.
Sulla bacheca di Facebook un lungo noooooooo è stato il precoce post di un amico che ha raccolto prima di tutti la notizia dai siti internazionali. E lo stesso no, come un urlo più o meno straziato, è risuonato silenzioso nel cuore di molti, di moltissimi. Ma perché mai, se ci pensiamo bene.Io stesso non conoscevo affatto il signor Jobs, eppure mi accorgo di essere tentato di chiamarlo confidenzialmente Steve, come fosse un amico con cui ho cenato ieri sera o un collega. Di suo in realtà non so molto, so in particolare quello che le agenzie di comunicazione mi hanno fatto sapere.
E' proprio vero: quando la gente non crede più in Dio, finisce per divinizzare gli esseri umani. Tutto questo cordoglio mediatico mi sembra veramente esagerato.
Comprendo e - in parte - condivido le sue perplessità. L'essenziale, tuttavia, è ciò che ha scritto Roberto Fontolan nel suo bell'editoriale proprio su questo quotidiano. Una vera "lezione" da imparare senza fretta, ma in silenzio...
Steve jobs ,così come lady Diana o Michael Jackson diventa un'icona postmortem, ,é la morte stessa che dà ,nell'immediato ,un sovradimensionamento dell'estinto.Indubbiamente Jobs è stato geniale,così come Diana fu mediatica e Jackson un'artista eccellente,ma la morte in giovane età ,drammatica per incidente o inesorabile per malattia ,rende ancora più tristi.La scomparsa di Jobs ha mostrato i volti mesti che si sono moltiplicati in ogni angolo del mondo ,frutto anche della comunicazione in tempo reale che spinge ad assumere atteggiamenti omologati,il cero a forma di mela morsicata,i ceri in tutti gli store Apple,i ceri ovunque,lo sconfort generalizzato.Io credo che di Jobs ,al di là delle sue straordinarie creazioni ,abbiano colpito l'esistenza travagliata,il successo planetario e la crudele malattia che l'aveva colpito.Aveva speso milioni di dollari per curarsi ma non ce l'ha fatta ,assieme a lui scompare la speranza che in qualche modo si accende quando si crede di sconfiggere un male incurabile,avevamo pensato che Jobs potesse farcela ma non è stato così.Jobs si è affermato con genialità e determinazione,é stato un comunicatore straordinario:"abbiate fame " "siate folli" ebbe a dire ai giovani che l'ascoltavano,parlando ,nella stessa occasione, di sé con semplicità e distacco.Ha lottato con coraggio ,si é ritirato con dignità.Non sono una patita di tecnologia ma anch'io sono un pò triste:un genio in meno sulla terra,non era ancora il momento
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