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VALTER LAVITOLA/ Il gip di Bari: no alla revoca dell’arresto

Pubblicazione:giovedì 13 ottobre 2011

Foto Ansa Foto Ansa

Niente da fare. Valter Lavitola deve essere arrestato. L’ordinanza di custodia cautelare che pende sul suo campo va mantenuta in piedi. A deciderlo, è stato il Gip Sergio Di Paola, replicando con estrema repentinità alla richiesta del procuratore aggiunto della Repubblica di Bari, Pasquale Drago, che aveva richiesto la revoca del provvedimento. Secondo il gip, quindi, li direttore dell’Avanti, latitante dallo scorso primo settembre, pare a Panama, non appena l’autorità giudiziaria avrà modo di farlo, dovrà fargli scattare le manette ai polsi. Drago si era detto convinto che, in base a quanto si è riuscito a ricostruire sino ad oggi, non  è possibile stabilire che esistano elementi sufficienti per confermarne l’arresto. Mancherebbero, nel dettaglio, «i gravi indizi di colpevolezza sulla consumazione del reato di induzione a mentire all'autorità giudiziaria». Il gip, invece, nel respingere la richiesta, ha accolto la versione del tribunale di Napoli.

La procura partenopea, in particolare, lo sta indagando per associazione a delinquere. Mentre la vicenda giudiziaria di Bari è legata ad un presunto giro di escort e corruzione, in cui sono implicati anche il premier Silvio Berlusconi e Giampaolo Tarantini, quella di Napoli riguarda l’Avanti. Tuttavia, secondo quanto ricostruito dai magistrati napoletani,  Lavitola avrebbe indotto Tarantini a mentire ai magistrati baresi che stanno indagando sulle 30 escort che lo stesso Tarantini avrebbe portato nelle residenze del premier Berlusconi tra il 2008 e il 2009. L’ipotesi di accusa per Valter Lavitola, inoltre, è di associazione a delinquere. Secondo i pm avrebbe utilizzato il giornale, diretto da lui sino a quando non è stato radiato dall’ordine dei giornalisti, come copertura per uno strano giro di denaro. In particolare, ci sarebbero alcune opacità in merito ai rapporti tra il giornale, e i fornitori di servizi. Pagamenti troppo alti avrebbero dato adito all’ipotesi di false fatturazioni. Vi è il forte sospetto, inoltre, che una parte dei proventi destinati dal governo all’editoria sia stata utilizzata per finalità differenti.


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