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ABORTO/ Il giurista: non è la legge a creare la morale

Pubblicazione:giovedì 20 ottobre 2011 - Ultimo aggiornamento:venerdì 21 ottobre 2011, 9.39

Foto Ansa Foto Ansa

Secondo alcune fonti, in Italia sono in costante aumento i medici che praticano, in caso di aborto, l'obiezione di coscienza. Un'inchiesta a cura del quotidiano La Repubblica lancia anche l'allarme: fra cinque anni in Italia non sarà più possibile abortire. Sempre secondo questa indagine, la percentuale di ginecologi che praticano l'obiezione sarebbe del 70,7%. L'inchiesta di Repubblica prende spunto dai dati e dall'allarme lanciato da Laiga, Libera associazione italiana ginecologi per l'applicazione della legge 194, che oggi si riunisce a Roma nel primo convegno nazionale. In un certo senso, sembra di leggere fra le righe che l'obiezione di coscienza impedisca la libera applicazione dell'aborto e di fatto intralci l'applicazione della legge che lo regolamenta. 
Intanto in America, un gruppo di esperti di diritto internazionale, della sanità pubblica, scienziati e medici firmano un documento in cui si afferma come non sia esatto parlare di diritti umani quando si parla di diritto all'aborto. Secondo Alberto Gambino, Professore ordinario di Diritto Privato e di Diritto Civile nell’Università Europea di Roma, interpellato da IlSussidiario.net,  «il diritto all'obiezione di coscienza è un diritto  regolamentato dalla legge ed è tutelato dalla carta costituzionale. Il diritto all'obiezione», aggiunge Gambino, «è un diritto corretto ed è  paradossale invece ritenere che proprio perché il diritto all'aborto si fonda su una coscienza sociale sensibile l'obiezione invece debba essere limitata o ridotta, quasi che la legge possa stabilire lei cosa è gusto da un punto di vista morale».

Professor Gambino, in che modo l'obiezione di coscienza sarebbe di intralcio all'applicazione della legge 194?

L'obiezione di coscienza corrisponde a un'analisi di quella che è la percezione sociale di un certo evento, nel caso specifico l'aborto. Il legislatore ha ritenuto che davanti a una situazione drammatica come l'interruzione volontaria della gravidanza e che tocca la coscienza anche del professionista, nel caso specifico del ginecologo, egli debba avere la libertà di non praticare alcune attività che sono contrarie a quella che lui ritiene essere la sua coscienza.
È un diritto tutelato anche dalla carta costituzionale, regolamentato dalla legge e che corrisponde alla dignità e alla libertà del medico, alla sua persona e alla necessità di non essere sanzionato laddove ci si trovi davanti a situazioni che lui ritenga anche ripugnanti rispetto al suo sistema di vita.

Peraltro il numero di medici che fanno obiezione di coscienza è in costante aumento.

È abnorme pensare che davanti alla conferma che si tratti di situazioni e vicende che cozzano contro la coscienza si possa limitare il diritto all'obiezione stessa.  Il fatto che tanti ginecologi si stiano rifiutando è la conferma che è fondatissimo il diritto all'obiezione, è la conferma che più si va avanti negli anni e chi opera nel settore tocca con mano la drammaticità che quella del feto è una vita in tutti i sensi e già ampiamente formata. Ciò implica che il diritto all'obiezione è corretto. 
Invece, è paradossale ritenere che questo diritto debba essere limitato o ridotto quasi che la legge possa stabilire lei cosa da un punto di vista morale e valoriale è più idoneo. Il diritto all'autodeterminazione della donna non è escluso dalla legge, ma il problema può nascere quando un medico non vuole sottostare a quella legge.

La legge 194 sostiene il diritto della donna a decidere sulla vita nascente. Cosa che va contro il diritto del medico a non praticarne l'interruzione.

Ricordiamo cosa dice la legge in questione:  davanti a una vita nascente e alla salute psicofisica della donna, laddove ritenga che venga lesa questa sua salute psicofisica, può essere sacrificata la vita nascente. Una scelta della donna perché di fatto si ritiene sia l'unico giudice che può decidere quale sia il danno alla sua salute psicofisica. Si tratta però di eliminare una vita umana alla presenza di un altro soggetto che opera in scienza e coscienza, e non è mica uno strumento, non è un meccanismo.
È una persona che può dire: no io ritengo che questo sia contrario ai miei valori. Sta nelle cose che si debba accettare l'obiezione e che ci siano medici, davvero tanti, che rifiutano di porre fine alla vita umana.

Si sostiene anche che l'aborto cosiddetto "terapeutico", alla luce dei progressi della scienza che permettono di individuare malformazioni nel feto, sia una necessità che l'obiezione metterebbe in pericolo.


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