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IL RICORDO/ Gianfranco Paltrinieri, un amico che non c'è più, e il suo Lambrusco

Foto di Paolo Massobrio Foto di Paolo Massobrio

E gli dissi: “Perché non fate anche voi un brut, un metodo classico?”. Alberto ci pensò e nel 2008, complice il bravo Attilio Pagli, fece le prime bottiglie. Ieri ha presentato anche quelle del 2009, solo in magnum, perché il vino riceve il meglio in quel contenitore e poi perché la magnum è la bottiglia degli amici. E per Barbara e Alberto l'amicizia è tutto, fin quando Enzo li spronava ad andare a fondo del loro lavoro, a lasciare una traccia, che necessariamente era diversa, anche se innestata sul solco di chi è venuto prima, da quella di Gianfranco.

Lunedì, con la gente accalcata in cantina, Alberto mi ha detto: “Stammi vicino tu”. Davanti aveva sua mamma, commossa, e sua moglie, un angelo, come tutte le mogli, come mia moglie, che nei momenti più cruciali mi è sempre stata di fronte col suo sguardo fermo, incoraggiante. Ha detto semplici parole, ma è stato profondo, come se Enzo gli avesse suggerito: “Fai così, non stare a menarla più di tanto”. Io avevo già assaggiato il Grosso, da almeno un quarto d'ora, e quando ho preso la parola ho detto che quel vino pieno e rotondo, c'è l'avevo ancora in bocca, con la sua mineralità e sapidità, la sua freschezza pregnante. In questa cantina, oggi, s'è scritta una pagina nuova del Lambrusco: nel segno del buono, della sedia fatta fatta, del canto della terra verso il cielo che è la storia della vigna. E Gianfranco sorride soddisfatto, proprio come nell'immaginetta che mi sono messo in tasca e che, tornando a casa sotto la pioggia, ho guardato ancora.

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